Il terzo mandato ritorna in archivio

di Arrigo Abalti · Giugno 20, 2025

«Il terzo mandato si è dissolto nel nulla cosmico che lo ha generato»

 

La frase l’ha pronunciata ieri sera Pierantonio Zanettin con il mestiere di chi sa quando colpire, tra una margherita e una birra, seduto davanti a Nicolò Sterle, capogruppo azzurro ad Arzignano, nei tavolini esterni della pizzeria X Giugno, a Vicenza. A casa del capogruppo di FdI del Capoluogo, Nicolò Naclerio. I due rientravano da un convegno con Tajani a Bassano, eppure il vero congedo politico andava in scena lì, con parole semplici e precise: la stagione di Luca Zaia Presidente è finita. Almeno secondo Zanettin.

Senza clamore. Senza comunicati solenni. È bastato un giorno d’estate per archiviare la pratica.

Il terzo/quarto mandato non si farà. Ma, a ben vedere, probabilmente non si è mai voluto fare davvero. Era un’ipotesi costruita per prendere tempo, congelare il quadro, guadagnare respiro mentre da Roma si decideva il dopo-Zaia. Ora che quella decisione è arrivata, è evidente che il tempo è scaduto. Quindi un trucco perchè stavano decidendo tra un Fratello e un leghista il dopo Zaia? “E’ sicuramente così” dichiara un parlamentare del centrodestra che vuole mantenere l’anonimato.

E qui si apre il primo interrogativo: tutto qua il teatrino delle ultime settimane?

Prima il Governo impugna la legge campana di De Luca sul terzo mandato. Poi la Consulta gli dà ragione e boccia la norma. Sembra tutto chiuso, quando all’improvviso Donzelli (Fratelli d’Italia) dichiara “parliamone”, Lollobrigida lo segue, la Meloni tace, Forza Italia dice “non se ne parla”, e infine ieri la pratica viene silenziosamente chiusa come un faldone archiviato in fretta. Un copione schizofrenico, che ha disorientato anche i più pazienti. Sarebbe utile sapere – per puro senso civico – cosa giustificasse questo carosello istituzionale, se non la difficoltà del centrodestra a dire con chiarezza ciò che aveva già deciso.

Nel frattempo la Lega si è mossa. Ha estratto il nome: Alberto Stefani, deputato veneto, disciplinato, allineato, uomo di fiducia di Salvini, ma anche segretario regionale del Carroccio e rappresentante della Meglio Gioventù in ascesa con tutti i crismi della sua generazione: ideologia poca, ma idee chiare e grande attenzione al territorio e all’approccio dei sindaci. Una figura scelta per garantire equilibrio interno e continuità col vertice nazionale. Non un’eredità, ma una sostituzione. E con lui cambia tutto: si chiude l’era Zaia e si apre una nuova fase, un nuovo racconto, “tutta n’ata storia” come cantava Pino Daniele.

La conseguenza è politica e strutturale. Molti assessori dell’attuale giunta sono al secondo mandato: non rieleggibili. Il sistema che ruotava intorno al Doge viene meno. Il Consiglio regionale si risveglia, diventando il luogo naturale di nuove ambizioni, fratture, riposizionamenti. L’apparente compostezza si incrina. Le telefonate cominciano. I conti si fanno. La Lega torna a vivere una dinamica da partito, e non da blocco monolitico. “In fondo la fine dell’illusione del terzo mandato significa anche la possibilità di un ricambio in consiglio dopo vent’anni dei soliti noti che erano diventati inamovibili”, dichiara un consigliere del Carroccio.

Fratelli d’Italia, consapevole di essere in crescita, osserva e non brucia tappe. Tiene tre nomi pronti – Luca De Carlo, bellunese di Calalzo, coordinatore regionale e Presidente della Commissione Agricoltura del Senato, Raffaele Speranzon, senatore e accreditato nel cerchio magico di Giorgia Meloni, veneziano, Elisabetta Gardini, deputata padovana,  – ma non ha fretta. Aspetta che si consumino gli altri.

Forza Italia, invece, ha fatto la mossa più riconoscibile: ha tirato fuori Flavio Tosi. Un nome vero, che divide ma pesa. Un profilo che Tajani sostiene con convinzione, non per cortesia, ma per trattare da pari.

E Zaia? È lì, con il suo 70% di gradimento, e la consapevolezza che quel consenso non basta più. Perché a Roma hanno già girato pagina. E lo hanno fatto nel modo in cui la politica esercita la sua forma più sottile di potere: la rimozione elegante. Nessuno lo ha sconfessato. Nessuno lo ha attaccato. Semplicemente, lo hanno scavalcato.

Il Partito Democratico, intanto, si comporta come se il Doge fosse ancora in campo. Organizza primarie, cerca candidati civici, convoca tavoli. Ma mentre si affatica a ricostruire un’opposizione, non si accorge che l’avversario è già cambiato. E che il centrodestra, pur diviso, ha già occupato il campo con uomini e strategie nuovi, meno popolari ma più utili.

In fondo, tutto questo racconta una verità che da tempo aleggia nel dibattito veneto ma che pochi hanno il coraggio di dire con chiarezza: il Veneto, dai tempi di Rumor e Bisaglia, non decide più. Non comanda Venezia, né Treviso. Decide Roma. E lo fa senza bisogno di forzature, senza commissariamenti: con la pressione graduale del potere centrale, che premia la fedeltà e punisce le eccezioni. Zaia, alla fine, era un’eccezione. E come tutte le eccezioni, è stata riassorbita. E il sogno di un Veneto autonomo crolla proprio con questo epilogo e la sensazione che sia stata solo fuffa è molto forte.

E forse Zanettin, pur lapidario, ha ragione sul nulla cosmico, un concetto che nella politica contemporanea sembra essere replicabile ben oltre il tema del terzo mandato.

 

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