Il Centro che chiude per paura

di Arrigo Abalti · Giugno 22, 2025

Il grido silenzioso del centro storico di Vicenza

 

C’è un cartello, apparso in questi giorni, appeso alla vetrina di un negozio del centro storico di Vicenza che dice più di mille analisi sociologiche e più di cento tavole rotonde sulla sicurezza urbana. “Chiuso per paura”, recita con una sincerità che fa male. “Non per ferie. Non per scelta. Ma perché lavorare così è diventato impossibile.”

Quattro righe che raccontano la resa di una città, il momento in cui l’imprenditore – figura centrale dell’economia vicentina – alza bandiera bianca davanti a una realtà che non riesce più a sostenere. Non è questione di fatturato o di crisi economica, questa volta. È questione di dignità, di diritto al lavoro, di possibilità di tenere aperta una saracinesca senza temere per la propria incolumità.

Quel cartello è lo specchio di un sentimento collettivo che attraversa le nostre strade come un fiume carsico. La paura di aprire, di prolungare l’orario di sera, di affrontare situazioni che un tempo erano impensabili nel cuore della città del Palladio. È il termometro di una febbre sociale che ha contagiato commercianti, residenti, famiglie che non osano più attraversare certe zone dopo una certa ora.

Non serve puntare il dito contro questa o quella amministrazione. Quello è il gioco delle parti della politica, lasciamo stare. Il problema è più profondo e richiede una risposta che vada oltre i colori delle squadre in campo. Siamo davanti a un fenomeno che ha radici complesse: baby gang che vedono nel centro storico il loro territorio di conquista, episodi di violenza che si moltiplicano, un senso di impunità che cresce insieme alla percezione di abbandono da parte delle istituzioni.

La politica – tutta la politica – ha il dovere di ascoltare questo grido di aiuto. Non con le solite promesse elettorali, non con i rituali scaricabarile tra maggioranza e opposizione, ma con un sussulto di responsabilità che metta al centro la vita quotidiana dei cittadini. Perché quando un commerciante è costretto a chiudere per paura, quando una famiglia evita di passeggiare nel centro storico, quando i giovani stessi diventano ostaggio di coetanei violenti, è la democrazia che perde un pezzo.

Vicenza ha bisogno di ritrovare se stessa. Ha bisogno di una politica che sappia leggere i segnali di disagio prima che diventino emergenza, che investa nella prevenzione prima che nella repressione, che costruisca ponti con i giovani prima che questi si trasformino in muri di violenza. E che sappia reagire quando la violenza si manifesta.

Il cartello di quel negozio chiuso è un atto d’accusa, ma anche un appello. E probabilmente è solo il primo. Altri seguiranno, perché quando la paura prende il sopravvento si diffonde come un contagio, di vetrina in vetrina, di saracinesca in saracinesca. Dice che non possiamo rassegnarci a una città che si spegne per paura, che si rinchiude in se stessa, che consegna le proprie strade a chi le occupa con la violenza.

Ma basta con i tavoli, basta con le riunioni, basta con le commissioni e i gruppi di lavoro. Serve una reazione forte, vera, senza retropensieri e senza paure. Perché la paura è un diritto del commerciante che è costretto a chiudere il negozio, non della politica. La politica ha il dovere di togliergliela, quella paura. Ha il dovere di agire con determinazione, senza calcoli elettorali, senza preoccuparsi di urtare questa o quella sensibilità.

La politica deve raccogliere questo appello. Non domani, non dopo le prossime elezioni. Oggi. Perché ogni giorno che passa con quel cartello appeso è un giorno in cui la paura vince sulla vita, e ogni nuovo cartello che si aggiungerà sarà la prova di un fallimento collettivo che non possiamo permetterci.

Il centro storico non può morire di paura. E, magari il Sindaco, i capigruppo, i segretari dei partiti, vadano dal commerciante che ha appeso il cartello, lo rassicurino e gli spieghino cosa faranno – da subito – perché abbia una buona ragione per toglierlo.

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