La cartina di tornasole del potere locale

di Arrigo Abalti · Luglio 7, 2025

Nella classifica del Sole24Ore nessun sindaco veneto tra i top five. Possamai in crescita e Tomasi perde la maggioranza

 

In politica, i numeri non dicono tutto. Ma dicono molto. Soprattutto quando non vengono dal clamore di una dichiarazione, ma dalla silenziosa aritmetica del consenso. E il Governance Poll 2025, che ogni anno misura il gradimento dei sindaci nei capoluoghi italiani, offre al Veneto una cartina di tornasole utile per leggere il presente e, forse, intuire qualcosa del futuro.

Il primo dato è che nessun sindaco veneto entra nella top 5 nazionale. Il secondo è che nessuno sfonda quota 60%, ad eccezione di Mario Conte, sindaco leghista di Treviso, che resta il migliore tra i veneti — settimo a livello nazionale — ma in perdita secca di consenso: -4,8% rispetto al giorno dell’elezione. E questo, per un amministratore di lungo corso in un feudo leghista, è un segnale. Non tanto per oggi, quanto per le urne di domani.

In controtendenza, Valeria Cittadin a Rovigo. Nona in classifica, guadagna un +0,9% rispetto al giorno dell’elezione. Una crescita lenta ma significativa, in un contesto solitamente più fragile e frammentato come quello polesano. Il suo profilo civico e pragmatico sembra avere convinto, almeno per ora.

Sergio Giordani, sindaco di Padova, cala dal 58,4% al 56%, lasciando sul campo 2,4 punti. Ma resta su un gradimento solido, coerente con la cifra moderata e amministrativa che ha sempre contraddistinto la sua azione. È un calo che preoccupa poco: Giordani non deve inventarsi nulla, deve solo continuare a governare senza sbavature.

Chi sorprende, almeno nei numeri, è Giacomo Possamai a Vicenza, che guadagna il 3,5%, portandosi al 54% e piazzandosi al 52° posto. Non un exploit, ma un segnale: in un anno di amministrazione ha recuperato fiducia. Forse ha fatto meno clamore di altri, ma ha messo in fila alcune partite delicate — dalla sicurezza urbana alla gestione della macchina comunale — e il dato lo premia.

Oscar De Pellegrin (Belluno) segue lo stesso schema: +2,3% rispetto alla partenza. Passa dal 50,7% al 53%, e si piazza al 62° posto. Numeri modesti ma in ascesa, in un’area dove la dimensione del contatto personale e del pragmatismo amministrativo conta più di mille parole.

E poi ci sono i due casi politici. Il primo è Luigi Brugnaro a Venezia, che scivola al 83° posto e perde il 4,1%, passando dal 54,1% al 50%. Un segnale importante, in un contesto che l’imprenditore-sindaco ha sempre governato con piglio decisionista. Venezia è una città difficile, schiacciata dal peso del turismo e della transizione ecologica, e forse quel modello, oggi, mostra la corda.

Il secondo caso è Damiano Tommasi a Verona. Una débâcle. Non solo per il 92° posto, ma perché perde il 6,4% rispetto all’inizio del mandato, precipitando sotto la soglia simbolica del 50%: oggi si ferma al 47%. La fiducia della maggioranza degli intervistati non c’è più. E questo, al netto delle appartenenze, è un dato politico. Pesante. Una caduta che non si spiega con un errore isolato, ma con un’impostazione amministrativa che fatica a tradursi in risultati visibili.

Il quadro veneto, nel suo complesso, racconta di una politica che regge, ma senza entusiasmare. Nessuno crolla, tranne Tommasi. Qualcuno cresce, ma senza slanci. La tendenza, semmai, è una generale normalizzazione del consenso, in cui i sindaci devono guadagnarsi ogni punto percentuale sul campo.

Non è un dramma. È la politica. Quella reale. E questo sondaggio non è un verdetto, ma un promemoria per tutti: il tempo del consenso facile è finito. Da qui in poi, contano solo i risultati.

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