di Arrigo Abalti · Marzo 7, 2026
Chiude il Garibaldi di piazza dei Signori. Arriva una catena. Succede anche questo, quando una città smette di credere in se stessa
Per anni, piazza dei Signori ha avuto un posto fisso: il Caffè Garibaldi. Adesso chiude. Tra quindici giorni, le sedie si piegheranno, le tazze si spostano altrove, e al loro posto arriverà — probabilmente — una catena di enoteche con cucina che fa capo a un gruppo di Milano.
Non è una tragedia, intendiamoci. I locali aprono e chiudono, i centri storici cambiano pelle, il mercato fa il suo corso. Matteo Grandi, lo chef vicentino che ha portato quella cucina a livelli da stella Michelin, troverà altre strade — ne ha già trovate, a dire il vero.
Eppure c’è qualcosa che stride, in questa storia. Il Garibaldi non era solo un ristorante: era uno di quei posti che danno forma a una città, che la fanno sembrare un luogo con una sua idea di sé. Quando chiude un posto così, non chiude solo un bilancio in perdita. Chiude un pezzo di immaginario collettivo.
E fa pensare che in piazza dei Signori, adesso, arriverà una catena, Signorvino. Già questo, da solo, dice qualcosa su dove stiamo andando.



