Case senza riposo

di Arrigo Abalti · Giugno 29, 2026

Il Veneto che invecchia in lista d’attesa: il calvario delle rette e l’illusione dell’assistenza

C’è un Veneto che corre, che produce, che fattura. E poi c’è un Veneto che aspetta. Aspetta in silenzio, nelle retrovie di una regione che vanta primati, ma che scivola rovinosamente quando si tratta di prendersi cura di chi l’ha costruita. Sono novemila. Novemila anziani, padri e madri di questa terra, sospesi in un limbo burocratico, in fila per un letto in una casa di riposo che sembra sempre più un miraggio. E non è solo una questione di spazi, è una spietata questione di numeri, di punteggi, di soldi.

Il governatore Alberto Stefani, che al primo giorno del suo mandato ha visitato una casa di riposo come a segnalare una priorità, viene incalzato dalla minoranza. Il sistema, strutturalmente quasi al collasso, ha trasformato l’assistenza in una lotteria crudele. Per avere un posto, e soprattutto per ottenere il contributo regionale alla retta, non basta più essere anziani e malati. Bisogna essere, tecnicamente, in condizioni di “gravità estrema”. Il punteggio Svama, la pagella del declino umano, si alza di anno in anno. In Veneto ha toccato il picco di 79,69. Significa che chi ha “solo” una fragilità elevata è fuori. Tagliato dal sostegno. Condannato a pagarsi tutto, se può, o a gravare su famiglie già strozzate dal carovita.

I numeri snocciolati dall’opposizione, con Anna Maria Bigon del Pd in testa, non sono solo dati. Le impegnative di residenzialità, i “voucher” regionali, sono 24.419 a fronte di 32.000 ospiti. E gli altri? Gli altri si arrangiano. Le rette corrono verso i tremila euro al mese, alimentate dai costi dell’energia e dell’inflazione, mentre il contributo pubblico resta al palo. È il paradosso di una sanità che promette cure per tutti ma che, nei fatti, seleziona in base al portafoglio o alla disperazione clinica.

Le famiglie sono in difficoltà. Le case di riposo, dal canto loro, alzano bandiera bianca. “Siamo stati abbandonati”, tuona Roberto Volpe dell’Uripa. Costretti a fare i conti con bilanci in rosso e una carenza di personale che li spinge a cercare infermieri e operatori in Sudamerica. Centodiciotto visti ottenuti per far arrivare lavoratori dall’estero. Un’importazione di manodopera della cura che sa di sconfitta per un territorio che non riesce più a formare né a trattenere chi dovrebbe assistere i suoi anziani.

La Regione promette nuove disposizioni entro l’estate. Si parla di sburocratizzare, di accelerare le prese in carico. Ma la verità, nuda e cruda, è che il fondo per la non autosufficienza non risponde più ai bisogni reali. Servono risorse, non solo riforme sulla carta. Serve ammettere che l’inadeguato numero di posti letto rispetto a una popolazione che invecchia inesorabilmente è un’emergenza nazionale, non un fastidio amministrativo. Serve uno sforzo per rimpinguare i fondi per gli anziani. E torniamo al tema delle risorse, già affrontato in queste pagine, alla necessità di un aumento dell’IRPEF, fermo dal 2010 per scelta ideologica, ma che ormai non è più rinviabile. Magari come tassa di scopo vincolata alla sanità e al sociale.

In questo Veneto a due velocità, la corsa al benessere si ferma sulla soglia delle Rsa. E mentre la politica si accapiglia sulle nomine e sui tavoli di coordinamento, novemila anziani aspettano. Con il loro punteggio Svama in mano, sperando di non essere “non abbastanza gravi” per meritare un aiuto, ma sperando al contempo di non esserlo troppo. Una roulette russa della dignità che una regione civile, semplicemente, non può più permettersi.

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