di Arrigo Abalti · Giugno 28, 2026
La Tav sceglie Vicenza, o Vicenza subisce la Tav. Ma la vera linea, quella che divide gli alleati e avvicina i nemici, non è ferroviaria: è politica. E porta dritta alle urne
C’è una poesia involontaria nel lessico delle ferrovie italiane. Lo chiamano “salto del montone”: il punto in cui una linea scavalca l’altra, si solleva, le passa sopra. Un nome da fiaba contadina per un viadotto alto fino a diciotto metri, con le barriere antirumore a coronarlo come i merli di un castello che nessuno ha chiesto. A Setteca’, frazione di una città che è patrimonio dell’umanità, il montone salterà. E i vicentini, da sotto, lo guarderanno saltare.
Conviene spiegarlo, perché il nome inganna. Il “salto del montone” è gergo ferroviario: indica il punto in cui due linee che si incrociano vengono separate in altezza, facendo passare una sopra l’altra invece di farle incontrare allo stesso livello. Il binario che deve scavalcare si impenna — sale lungo una rampa, supera l’altra linea con un ponte, ridiscende dall’altra parte. Su, scavalca, giù: il movimento di un montone. Serve a non far perdere tempo ai treni, perché così le due linee non si toccano mai e ognuna viaggia senza aspettare l’altra. In sé, è una soluzione tecnica normale. Il problema è dove ricade quel salto, e quanto è grande: a Setteca’, con la scelta “a raso”, il viadotto comprese le rampe è lungo circa un chilometro e mezzo e tocca i diciotto metri d’altezza. Un cavalcavia di treni alto come un palazzo di sei piani, dentro un quartiere abitato.
La notizia è arrivata come arrivano in Italia le decisioni definitive: con una Pec, un venerdì sera, alle 19.23. L’ora in cui gli uffici sono vuoti e la responsabilità, opportunamente, pure. Cinque pagine di relazione tecnica dicono che la soluzione più semplice è la migliore. A raso. Trecentosessanta milioni, quattro anni e quattro mesi, meno anidride carbonica, meno case da abbattere. C’erano due alternative, e qui Sergio Leone avrebbe trovato materiale: il raso, il buono; la galleria corta, il brutto; la galleria lunga, il cattivo — un miliardo e due, sette anni e mezzo, un buco nero scavato sotto la città pur di non vedere il treno. I tecnici hanno scelto il buono. La politica, naturalmente, ha cominciato a rimpiangere il cattivo. Ma anche questa è una lettura che potrebbe essere rovesciata, perchè verrebbe facile dire che se chi ha voluto la fermata a Vicenza ci avesse pensato ora non staremmo qui a discutere, o a difenderci. E quando si tratta di scelte che cambiano il volto del territorio e la vita delle persone, la linea dovrebbe essere fare la scelta migliore, non quella che costa meno. Quella che costa meno sì, ma alle persone e al territorio, non al bilancio miliardario di RFI.
E qui finisce la cronaca e comincia la commedia. Perché il centrodestra vicentino oggi dice no. No al raso, no allo scavalco, no a Setteca’. Lo dice con una nota firmata da tutti, Fratelli in testa. Lo ha detto anche in consiglio comunale con un’ordine del giorno approvato all’unanimità, da Fdi a Coalizione Civica. Peccato che quel raso non l’abbia deciso un nemico: l’ha deciso Rfi su indicazione del Ministero dei Trasporti, e quel ministero ha un titolare di nome Matteo Salvini, che per pura coincidenza è anche il segretario nazionale della Lega. Ecco il corto circuito. Il centrodestra berico contesta una scelta del proprio governo. E la Lega locale si ritrova nella più scomoda delle posizioni: difendere il territorio significa smentire il capo, difendere il capo significa abbandonare il territorio. Non facile per il Carroccio.
È questo il punto che nessuno dice ad alta voce. Se davvero il centrodestra è contrario, ha uno strumento che all’opposizione il sindaco si sogna: un canale diretto con il ministro che ha firmato. Non un corteo, non un comunicato, non una battaglia di campanile — una telefonata. Forse la stanno facendo. Probabilmente l’hanno anche già fatta. Ma una coalizione che deve litigare in privato con il proprio ministro per correggerlo in pubblico ha già perso la parte più preziosa di sé: la credibilità. Il centrodestra al governo dovrebbe almeno fermarsi a riflettere sul caso di Vicenza, e non lasciarsi incantare dalla formula magica della scelta tecnica e del risparmio. A cui adesso hanno aggiunto l’ingrediente del fatto ambientale. Tutte balle.
Nel frattempo accade il prodigio. Il montone, che divide gli alleati, riconcilia i nemici. Rucco, ex sindaco di Fratelli d’Italia, e Possamai, sindaco in carica del Pd, potrebbero ritrovarsi a dire la stessa parola: no. Destra e sinistra unite nella difesa dello stesso quartiere, come non si vedeva dai tempi delle processioni. È il paradosso perfetto: l’opera che doveva unire il Veneto al resto d’Italia comincia con l’unire, a Vicenza, chi non si parlava. E mentre il sindaco intona la memoria — fu l’amministrazione di prima, quella di Rucco, a spostare il montone a Setteca’ nel 2022 — anche quel rimprovero suona meno a un’accusa e più a un invito a salire sulla stessa barca.
Perché Possamai, qui, grazie al salto del montone, non sta solo difendendo Setteca’. Sta apparecchiando il pranzo della domenica di elezioni comunali. Le elezioni nel capoluogo infatti cominciano ad avvicinarsi, e un sindaco accorto sa che in politica la cosa più redditizia non è avere ragione: è assegnare il torto. Il raso lo ha deciso il governo di centrodestra, attraverso il ministro di centrodestra, contro la città. Tradotto in linguaggio elettorale: qualunque cosa accada a Setteca’, la firma è loro. Il sindaco si prepara a regalare agli avversari la responsabilità della triste fine del salto del montone, impacchettata con il fiocco. Ed è un regalo che la coalizione non sa come rifiutare.
Il montone salterà, o forse no, o forse fra dieci anni, quando i soldi si troveranno, o non si troveranno, e una nuova giunta spiegherà che la colpa è di quella di prima. Nel frattempo vi diamo una notizia: la campagna elettorale è già partita. Viaggia, manco a dirlo, a raso. Sopra la più lenta delle nostre opere e la più rapida delle nostre incompiute: la decisione.



