di Arrigo Abalti · Giugno 8, 2026
Il tuono e i cantieri
A Vicenza il centrodestra non tace mai. Fa di peggio: respira piano. È quella calma che non rassicura nessuno, la stessa dei pomeriggi d’agosto quando il cielo si fa di piombo e le madri richiamano i bambini dal cortile. Poi, puntuale come una profezia di provincia, arriva il tuono. Ed eccolo qui, il primo.
Si muove qualcosa, in città. E no, non è la solita giostra delle casacche — anche se le casacche, a volerle leggere, sono il più sincero degli atti politici: nessuno cambia divisa per noia. È un rimescolìo che sa di nervi scoperti, di ambizioni tenute al guinzaglio, di coerenze rivendicate ad alta voce (che è poi il modo elegante di esibirle), e di una parola che da settimane gira sottovoce nei corridoi e che adesso, finalmente, pretende il microfono. La parola è *sindaco*. La pronunciano in pochi. La pensano in molti.
Cominciamo dall’uomo che esce. Giorgio Conte lascia Fratelli d’Italia e si accomoda nel gruppo misto. Ne aveva parlato ai nostri microfoni poche settimane fa. Nulla di inatteso. Gesto che ognuno legge come preferisce: strappo, per i romantici; presa d’atto, per i contabili. Ma il gruppo misto, in politica locale, è una stanza dalle molte funzioni: sala d’attesa, parcheggio tattico, e ogni tanto confessionale. Conte ci entra e manda due messaggi nello stesso plico. A chi resta in FdI: qui non si guida più come una volta. A chi guarda da fuori: io dove non conto non resto. Si esce dal perimetro, di solito, quando si è capito che il perimetro non lo disegni tu.
Poi c’è Simona Siotto, che va ad Arcugnano «per coerenza». Parola grossa, di questi tempi: merce talmente rara che quando la senti ti guardi intorno per capire dove sia il marziano nascosto che l’ha pronunciata. Ma il punto non è il confine del Comune, è il racconto. Molti avevano archiviato la sua candidatura a sindaco con quel sorriso di sufficienza che a Vicenza si riserva alle cose simpatiche e non serie — una trovata, un colpo di teatro, una comparsata. E invece: se te ne vai quando restare sarebbe più comodo, se ti sposti proprio mentre tutti ti volevano ferma, allora stai dicendo, senza dirlo, che non stavi giocando. In una città dove la politica si fa più in corridoio che in piazza, muoversi è già una dichiarazione. E una differenza.
Ma la notizia vera — quella che cambia l’aria nella stanza, quella che obbliga gli altri a tirare di nuovo fuori il righello e a rimisurare le distanze — ha un altro nome. Torna Alberto Filippi. E non torna per nostalgia: torna con un’idea. Sindaco, con una civica, e con Futuro Nazionale. Dopo la Lega e Fratelli d’Italia, l’ex senatore e imprenditore a tempo pieno, ha nostalgia della sabbia della Colosseo, dell’adrenalina del potere.
In questo caso il centrodestra smette di muoversi e comincia a *spostarsi*, che è un’altra cosa. La civica è il messaggio più trasparente che esista: non mi basta l’etichetta, voglio il timone. L’aggancio a Futuro Nazionale, lo si giudichi come si vuole, è ancora più nitido: bandiera issata, campo scelto, nessuna intenzione di mediare con chi mediazione chiede. Non è un vezzo, non è una posa: è il tentativo di piantare un perno alternativo, una piattaforma che non bussa alla porta di nessuno per chiedere permesso. E costringe il resto del centrodestra a darsi una scossa. Del resto sembra che l’ordine di scuderia del Generale sia proprio questo: nei comuni a doppio turno si va da soli. Poi si vede.
E così, allineando le mosse — Conte che si sfila, Siotto che dà l’esempio, Filippi che rientra alzando l’asticella — si riconosce una vecchia legge vicentina, di quelle che non stanno scritte ma si imparano. Quando la casa madre scricchiola, spuntano i cantieri. Quando i partiti non tengono più i pezzi insieme, le civiche diventano la lingua di chi vuole contare sul serio. E quando qualcuno comincia a dire *sindaco* senza aspettare che glielo concedano, gli equilibri si rifanno il letto in fretta.
Il punto, ora, non è indovinare il vincitore: i pronostici, in provincia, invecchiano in una settimana. Il punto è che il centrodestra cittadino, dopo mesi di posture e di attese, sta uscendo dalla stagione delle mezze frasi. Sta entrando in quella delle scelte.
E se Filippi farà davvero sul serio — civica, identità, alleanza che spinge sul nervo scoperto dell’appartenenza — allora non sarà più una faccenda interna a una parte politica. Sarà una partita che costringerà tutti a scoprire le carte: alleati, avversari, indecisi, moderati di professione e duri per vocazione.
E qui la storia, che ha sempre il vizio di rimare, ci presta la battuta perfetta.
La leggenda racconta che alla vigilia della battaglia di Filippi — quella in cui, nel 42 avanti Cristo, gli eredi di Cesare avrebbero regolato i conti con i suoi assassini — il fantasma del dittatore comparve a Bruto e gli annunciò il luogo della resa dei conti: *ci rivedremo a Filippi*. Da allora la frase è diventata il modo elegante per dire che lo scontro decisivo non è stato evitato, solo rinviato a un appuntamento già fissato.
Ecco. Per il centrodestra vicentino quell’appuntamento adesso ha una data incerta e un nome possibile. Perché stavolta Filippi non è la piana dove si decide tutto: è l’uomo attorno al quale inizia la discussione sul campione che sfiderà Possamai. La profezia, per una volta, si è fatta cognome.



