di Redazione · Giugno 9, 2026
Sotto il post «Lega in frantumi» un segretario provinciale scende, da solo, a dare spettacolo. E l’imbarazzo, alla fine, non è degli avversari: è dei suoi
Lo davano per spacciato, il cinema italiano, e invece resuscita nei commenti di Facebook. Perché quello che è andato in scena in questi giorni sotto un post di AltoVicentinOnline non è una polemica: è una pellicola. Anzi, è quella pellicola. *Il Federale*, Luciano Salce, 1961, Ugo Tognazzi nei panni di Primo Arcovazzi — il milite che marcia impettito verso una capitale che non c’è più, convinto che basti il regolamento a reggere un mondo già andato. Attenzione: non è una questione di bandiere né di ideologie, e nessuno qui equipara nulla a nulla. Arcovazzi è un archetipo dell’anima, non un’epoca: è l’uomo che crede nei gradi quando i gradi non contano più, l’ultimo a battere i tacchi in una stanza che si è già svuotata. Un carattere, non un partito.
Ecco. Quel carattere, l’altro giorno, è comparso nei commenti. Da solo.
Entra così: «Buongiorno. Sono il Segretario provinciale della Lega.» Non saluta: si qualifica. Non parla: si presenta in armi. E come Arcovazzi ha la mania nobile della biografia — anch’io, da ragazzo, il giornalismo; ora insegno; me lo dicevano i «capiredattori». Lo scrive davvero, «capiredattori», e la commedia, che è una signora puntuale, si annota la battuta per il fotogramma dopo.
Il fotogramma dopo arriva subito. La redazione non perdona: non sapeva nemmeno che esistesse, e su quel plurale storto pianta la bandierina. Colpo basso, protesta un soldato semplice accorso a coprire il superiore. Sarà. Ma nelle commedie il federale inciampa sempre sulla sillaba, mai sulla causa. È la legge del genere. Non si discute.
E qui Arcovazzi fa la cosa che lo rende eterno: ferito, non arretra. Sale. Tira fuori il greco. *Politeia*, scrive — e per un istante il commento sotto un post locale diventa l’Accademia di Atene. La politica, spiega, sono le bollette, la benzina alle stelle, le famiglie che non chiudono il mese. Poi la lezione di gerarchia, scandita come un comma di statuto: il segretario provinciale detta la linea; discuterne senza interpellare chi quella linea la determina «non mi pare molto serio». E la chiusa, ah, la chiusa: un guanto di sfida e un punto esclamativo. «Io ci sono!» Un uomo che implora di essere interrogato. Che reclama il rapporto a un comando che ha smesso di rispondere da un pezzo.
Sarebbe già commedia perfetta. Ma il copione vicentino tiene in serbo il colpo da maestro. Perché a smontare il federale non è il professore, non è il nemico, non è la stampa irriverente. È la sua. E qui sta il punto, quello che gli avversari della Lega non capiranno mai e i militanti della Lega hanno capito al primo rigo: Frison non imbarazza chi gli sta di fronte. Imbarazza chi gli sta accanto.
Lo dice Giulia Lucia Berto, consigliera del Carroccio, una che la tessera ce l’ha in tasca e non in cornice. Scende nei commenti e in quattro righe fa ciò che la dialettica non riesce a fare: parla dal di dentro, con la voce di chi il partito lo tiene in piedi davvero. Quattro anni da consigliera, racconta, e dal partito una sola convocazione ricorrente — gazebo, raccolte firme, qualche corteo. Indirizzo strategico dalla provinciale? Non se ne ricorda. Si è arrangiata «in casa». E chi la casa non ce l’ha — domanda, e la domanda resta lì, sospesa, a far rumore — chi fa, da solo?
Ecco il cuore di tutto. Il federale giura che la linea esiste e scende dall’alto. La militante risponde che l’unico ordine giunto in quattro anni suonava: monta il banchetto. Non è la sinistra a parlare. È la Lega che lavora, che monta i gazebo sotto la pioggia, che del prezzo del gasolio sa tutto perché ci passa la vita. Quella Lega lì, dal monologo del suo segretario, esce con le orecchie rosse. Perché lei, «capiredattori», non lo avrebbe mai scritto. E la *politeia*, sotto un post di provincia, non l’avrebbe mai tirata fuori.
La controreplica di Frison, poi, è il fotogramma che firma la scena: un link. *Le attività della Segreteria, in tre anni*, e giù l’indirizzo. L’archivio come medaglia. La cartella condivisa contro il prezzo del gasolio. Il regolamento, ancora, sempre, al posto della vita. E in coda, dall’osteria del mondo, il coro: Pietro Galasso che cala il sipario in dialetto — la bandiera va dove tira il vento, «e la poltrona», due faccine sudate. Sei «mi piace». Il popolo, che la *politeia* non sa nemmeno scriverla, l’ha capita meglio di tutti.
Sia chiaro, e qui la voce si abbassa: non si ride di Denis Frison. Di Arcovazzi, alla fine del film, non si ride — ci si commuove. È l’ultimo a credere, quando credere non conviene più a nessuno. Il guaio non è che Frison ami la sua gerarchia: è che la difende con un’enfasi che la sua stessa gente non gli ha chiesto, e che la espone più di qualsiasi avversario. I militanti delusi del titolo non avevano bisogno di un editoriale per sentirsi soli. Bastava il commento del loro segretario.
«Lega in frantumi», prometteva il titolo dell’articolo. Sarà. Ma se qualcosa, quel giorno, si è davvero incrinato, non è stato sotto i colpi di un giornale. È stato quando il federale è sceso, sull’attenti, a difendere una caserma — e i suoi, da dentro, hanno abbassato lo sguardo.




