di Redazione · Giugno 8, 2026
Mercoledì, a Roma, nella sala Salvadori di Montecitorio, la Lega si riunisce per approvare un rendiconto. All’ordine del giorno, ufficialmente, i numeri del 2025. Nei fatti, il futuro di un partito che del futuro ha paura.
Si dice che Salvini voglia fare di Luca Zaia il suo vicesegretario unico. Vicesegretario unico, cioè azzerando tutti gli altri : Durigon, Sardone, lo stesso Stefani appena diventato governatore . Un trono ripulito dagli sgabelli. Salvini, ufficialmente, definisce “prive di fondamento” le ricostruzioni . Nel Carroccio, ufficiosamente, si parla di “lavori in corso”. La smentita è la forma più sincera della conferma.
Difficilmente accadrà. E se accadrà, non per il nobile motivo che si racconta. Si parla di “opposte visioni”, di linee politiche, di anime. Ma visioni de che? Una visione è un’idea di mondo che ti tiene sveglio la notte. Qui non c’è insonnia, c’è aritmetica. Zaia non vuole una carica, vuole un “progetto”. Riesuma il modello bavarese, la CSU costola autonoma, una Lega “federale” che richiederebbe persino una modifica dello statuto . Tradotto: voglio poteri veri, non un titolo per la carta intestata. Il veneto contratta. Il lombardo concede a metà. Non è uno scontro di visioni. È una trattativa fra chi non si fida.
Il resto è contabilità del declino. Vannacci, con Futuro Nazionale, viaggia tra il 4,6 e il 4,8 per cento; la Lega sta poco sopra, al 5,7-5,8 . Meno di due punti li separano. Ravetto, Furgiuele, Bof, qui da noi Erik Pretto: l’emorragia di deputati non si è fermata. Salvini sogna di rivendicare il 15 per cento alle urne: il sogno è già una resa, perché si sogna soltanto ciò che non si ha. La Lega rischia di arrivare alle politiche lacerata, dilaniata dalle sue stesse guerre, con un piede dentro il governo e l’altro in fuga verso il generale. Potrebbe toccare il suo minimo storico.
Allora cambieranno il segretario. È la liturgia dei partiti morenti: si cambia il volto per non cambiare il destino. Ripartiranno da un altro nome, da un altro inizio, dall’ennesimo “rifondiamo tutto”. Ma che si affidino a un veneto, dopo aver coltivato per anni il sospetto verso ogni doge che non sia Salvini, è la cosa più improbabile di tutte. Il Veneto produce consensi, non comanda. È la cassa, non la cabina di regia. Servirà a vincere in casa propria e a perdere il resto.
Sarà come sempre un lombardo. Perché la Lega nasce a Milano, muore a Milano, e a Milano risorge. Cambia il santo, resta la cattedrale.
Treviso prepara i fienili. Via Bellerio prepara il prossimo lombardo.




