Citare l’autore

di Arrigo Abalti · Giugno 9, 2026

 

C’è un’idea che torna a galla nel Veneto della politica, e già il verbo dovrebbe metterci sull’avviso. Luca Zaia, in queste settimane di Lega in subbuglio, rilancia il modello bavarese e dovrebbe essere questo il tema all’ordine del giorno dell’incontro di oggi con Salvini e i capi della Lega: un partito nazionale e una sua costola settentrionale, autonoma, radicata, padrona della propria agenda. La Csu accanto alla Cdu. «È un mio cavallo di battaglia, lo dico da sempre», ha precisato. Da sempre. La parola è di quelle che, a leggerle in filigrana, dicono più di quanto vorrebbero.

Perché da sempre è un tempo che a Zaia non appartiene. Quel cavallo appartiene a qualcun altro, un leader del passato che non ha avuto eredi, specialmente nella Lega. Quel tempo appartiene a un altro veneto, e a un altro tempo. Nel 1982, in un’intervista a un giovane  Ilvo Diamanti, Antonio Bisaglia — il doroteo, il dominus della Dc veneta — denunciava i vincoli di Roma e immaginava una Democrazia Cristiana del Veneto federata e autonoma, modellata proprio sulla Csu bavarese. Poi aggiungeva, con la lucidità di chi conosce i propri “amici”: «Ma a Roma non ce lo lasceranno mai fare».

Quarant’anni dopo, l’idea torna. Identica. Ed è qui che la filigrana parla insieme alla storia. Perché la suggestione che oggi Zaia presenta come propria ha una grafia che non è la sua. È una scrittura democristiana, paziente, costruita nei contesti — quella che in Veneto si tramanda da decenni, di mano in mano, da chi la politica la fa davvero. Zaia è il volto, il consenso, le duecentomila preferenze. L’idea, no: l’idea ha radici bianche, è figlia di una cultura di governo che la Lega non ha mai posseduto fino in fondo, e che qualcuno, accanto al Doge, ha saputo suggerirgli al momento giusto. Un suggeritore che non può che essere di lignaggio democristiano: doroteo per scuola, e con ogni probabilità trevisano per geografia. Del resto, dentro il Carroccio lo ammettono senza imbarazzo: il modello Cdu-Csu «non sarebbe una novità». Rileggersi bene la storia e citare l’autore tuttavia, sarebbe più elegante.

E allora la grande idea autoattribuitasi l’aveva in realtà pensata e dettata un veneto del Polesine quarant’anni fa, quando Zaia era poco più che un ragazzo. Ed è una bella ironia che oggi quell’intuizione torni indossata come abito nuovo, da chi la spaccia per propria: sembra che il presidente abbia inventato la ruota, e invece l’ha soltanto ritrovata in un cassetto e rimessa su strada.

Nulla di male, intendiamoci: le buone idee non hanno scadenza, e rilanciarne una giusta è già un merito. Ma a un’idea giusta si deve almeno una cosa — la citazione dell’autore. E questa porta una firma precisa: Antonio Bisaglia. Con accanto, c’è da scommetterci, la mano discreta di un suggeritore di scuola dorotea, quasi certamente trevisano, di quelli che il Veneto bianco sapeva ancora produrre. Citarli sarebbe, prima ancora che un atto di correttezza, un atto di cultura politica.

 

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]