Da Andreotti a Bonaccini

di Arrigo Abalti · Agosto 29, 2026

 

Andreotti difendeva la democrazia così com’è, imperfetta, e la sapienza di chi non ha titoli. Bonaccini spiega gli elettori invece di rappresentarli. Per ritrovare il senso della politica tocca tornare a cercarlo nella Dc

 

Agosto 1989. Meeting di Rimini. Giulio Andreotti, appena rieletto presidente del Consiglio, sale sul palco e intitola il suo intervento Il paradosso della democrazia, la difesa dell’imperfezione. Non è un discorso di circostanza. È una pagina che a rileggerla oggi, trentasette anni dopo, fa impressione per il livello a cui sta.

Andreotti affronta di petto l’obiezione più antipatica che si possa muovere alla democrazia: come si fa ad accettare che il suffragio universale metta il grande scienziato alla pari dell’uomo che non ha nemmeno finito la scuola dell’obbligo? Risponde che chi pone quella domanda non ha capito niente, perché la sapienza non viene solo dalla scuola o dai titoli accademici. C’è una sapienza del cuore, dice, ed è spesso più viva proprio in quelli che vengono classificati tra la gente semplice, in quelli che non hanno mai avuto occasione di montare in superbia.

Ma il passaggio decisivo è quello immediatamente precedente, ed è la ragione per cui quel video oggi gira in rete. Andreotti dice che siamo tutti contro le dittature, in teoria, salvo che ce n’è una che nessuno riesce mai a sconfessare: la propria. La tentazione di ritenersi illuminati, di credere che a sbagliare siano sempre gli altri.

Lo dice a una platea di amici. Non sta colpendo un avversario: sta avvertendo i suoi.

Martedì scorso, ad Albenga, a margine di un incontro intitolato “Costruiamo l’alternativa”, Stefano Bonaccini ha spiegato in una videointervista perché il centrosinistra abbia perso terreno. E lo ha spiegato così: il voto a Trump, alla Brexit, alla destra tedesca, a Le Pen, e in Italia a Meloni, Salvini e Vannacci, arriva in maniera maggioritaria da chi ha studiato meno, da chi vive nelle aree interne o nelle periferie, da chi sta peggio economicamente.

Sia chiaro, e lo scrivo perché è dovere di un giornale scriverlo: Bonaccini non ha usato la parola “ignoranti”. Quella è la sintesi con cui la frase è stata rilanciata, e non serve a nessuno. Il punto è un altro, ed è molto più grave della parola che non ha detto.

Il punto è che, messo accanto a quella pagina del 1989, il ragionamento del presidente del Partito Democratico sembra il compito di uno scolaretto.

Non per la forma. Per la sostanza.

Perché Bonaccini non descrive un elettorato: lo spiega. E nel momento esatto in cui una forza politica smette di rappresentare un pezzo di popolo e comincia a spiegarlo, ha già ammesso di averlo perso. Non è un incidente di comunicazione. È una confessione.

Quelle persone — chi ha studiato meno, chi vive dove il treno passa due volte al giorno, chi arriva a fine mese contando — sono esattamente le persone per cui la sinistra è nata. Erano la sua ragione sociale, il suo mandato, la sua missione. Rappresentare chi ha meno privilegi, meno vantaggi, meno voce. Oggi quelle stesse persone stanno da un’altra parte, e la spiegazione che il Partito Democratico si dà è che hanno studiato poco.

Ecco. Se dopo dieci anni di sconfitte in mezza Europa e in America la risposta che ti dai è che la colpa è del livello di istruzione di chi non ti vota più, il problema non sono loro. Il problema è che non ti sei fatto la domanda giusta. E non te la sei fatta perché sei convinto di conoscere già la risposta.

È esattamente la dittatura di cui parlava Andreotti. La propria.

Bonaccini si è difeso dicendo che la frase è stata estrapolata da un ragionamento più ampio, e che quel ragionamento era anzi un’autocritica alla sinistra. Gli credo. Ma è proprio questo che rende il caso interessante: anche quando prova a fare autocritica, il riflesso è di guardare quelle persone dall’alto. L’autocritica sincera è “non li abbiamo saputi ascoltare”. Non “hanno studiato meno”.

C’è una distanza siderale tra le due frasi, ed è tutta la distanza che separa una classe dirigente da un ceto politico. La Prima Repubblica da quella sgangherata in cui ci tocca vivere. La statura dei politici di allora e l’inadeguatezza imbarazzante di quelli di adesso.

Il paradosso è che a spiegarlo, oggi, tocca a un uomo morto tredici anni fa, che di consenso popolare se ne intendeva e che a Rimini non stava celebrando la democrazia: la stava difendendo com’è, imperfetta, senza esami di ammissione all’ingresso della cabina elettorale. Andreotti sapeva una cosa che a Roma oggi sembra dimenticata: il voto di chi ha meno vale quanto il tuo, e non perché lo dice la Costituzione — perché quella persona, la vita, l’ha capita in un modo che i tuoi titoli non ti hanno insegnato.

Non è una lezione a un partito. È una lezione a una politica intera che ha smesso di interrogarsi, che confonde l’analisi con la superiorità e la statistica con il giudizio, e che quando perde cerca il difetto negli elettori invece che nello specchio.

Trentasette anni dopo, quel discorso fa ancora scuola. E qualcuno, a giudicare da questa settimana, la scuola non l’ha frequentata.

 

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