Il palazzo che non voleva nessuno

di Arrigo Abalti · Agosto 29, 2026

In corso Fogazzaro arriva lo Iuav. È una bella notizia. Il problema è come ce la stiamo raccontando

Quattordici anni. Tanto è rimasto chiuso il portone di palazzo Caldogno Tecchio. Serrande abbassate al piano terra, e sopra, incisa nella pietra, la scritta della Camera di commercio, industria, agricoltura. Uno di quei posti davanti a cui passi ogni settimana e a un certo punto smetti di vedere, come una protesi che il corpo della città ha imparato a portare senza più sentirla.

Nel 2023 il palazzo è andato all’asta. Non si è presentato nessuno. Quattromila metri quadri in corso Fogazzaro, facciata vincolata dalla Soprintendenza, valore poco più di quattro milioni e due. Deserta. Una festa di compleanno con la torta apparecchiata e la porta aperta, e nessuno che suona. Il mercato, che di solito compra qualunque cosa purché abbia un tetto, ha guardato da un’altra parte.

Adesso lì dentro ci va lo Iuav. Aule, corso di laurea in Design, l’ipotesi di portarci anche la magistrale, la gestione in comodato alla Fondazione studi universitari, la Cariverona che apre il fondo dedicato agli atenei. È una bella notizia. Va detto senza scorciatoie, perché in questa città le buone notizie sono merce rara e vanno maneggiate con cura: un guscio vuoto torna a servire a qualcosa, e ci finiscono dentro dei ventenni invece dell’ennesima insegna spenta.

Poi però leggi le dichiarazioni, e qualcosa stona.

Svariati milioni. L’impegno. Il patrimonio immobiliare inutilizzato che diventa infrastruttura strategica aperta. Il polo di attrazione, l’orizzonte dei quattro o cinque anni. Tutto scritto benissimo, tutto vero. Manca solo di ricordare che quel palazzo lo si era messo in vendita e che non l’aveva voluto nessuno. Che la vocazione universitaria è arrivata dopo l’asta deserta, non prima. Il principe illuminato si è illuminato quando ha finito i fiammiferi.

Succede, per carità. Le istituzioni diventano lungimiranti a cose fatte, è un vizio antico e non riguarda solo Vicenza. Il guaio comincia quando la città si beve il racconto e archivia il resto. Perché nel resto, stavolta, c’è un nome che oggi non compare da nessuna parte.

Adamo Dalla Fontana.

Presidente della Fondazione studi universitari. Prima di questo, trent’anni ai piani alti di Confindustria Vicenza, uno di quelli che l’associazione l’hanno costruita, tenuta insieme e rappresentata, e che l’associazione a un certo punto ha lasciato andare preferendogli Pippo Zigliotto. A Vicenza certe frasi non hanno bisogno di spiegazioni: le poltrone si passano con la cortesia dei salotti buoni, e possibilmente in un mese in cui non legge nessuno. E tra i velluti qualche goccia di curaro.

Su questa operazione Dalla Fontana ha lavorato per mesi. Ai pochi che ne erano al corrente ha chiesto una cosa sola: riserbo. Non ha convocato nessuno, non ha fatto filtrare niente, non ha usato nemmeno la tecnica più vecchia del mestiere, quella per cui rilasci un’intervista sulla viabilità e ti scappa la mezza riga sul palazzo. Aveva in mano il risultato con cui si chiude un mandato — il risultato, quello che finisce nelle targhe e nei discorsi di commiato — e ha deciso di non spenderlo. Il calcolo suggeriva l’esatto contrario. Lui ha scelto la sobrietà, che da queste parti è parola molto citata e pochissimo frequentata.

C’è una beffa dentro la beffa, e sta nel nome della strada. Corso Fogazzaro. Antonio Fogazzaro, vicentino, ha passato una vita a scrivere di uomini che fanno il bene e si rifiutano di intestarselo, fino a metterne uno al centro di un romanzo e a farsi mettere all’Indice. Il santo taceva. Il santo perdeva. Poi arrivava qualcun altro a raccogliere. Che la storia si ripeta esattamente al civico giusto è più di quanto la letteratura possa sperare, e infatti nessuno ci ha fatto caso.

Piovene diceva che dei veneti bisogna diffidare quando sono gentili. Aveva torto solo sul verbo: non è diffidenza, è disattenzione. Qui il merito non fa curriculum, fa folclore.

Così oggi il palazzo ha tre padrini pubblici, un bando con scadenza il 10 settembre, due dichiarazioni in prima pagina e nessun autore. Va bene anche così, in fondo: le cose pubbliche che falliscono hanno sempre un colpevole con nome e cognome, quelle che riescono hanno un tavolo.

Ma fra quattro o cinque anni, quando gli studenti entreranno da quel portone rimasto chiuso quattordici, nessuno saprà dire chi ci ha messo il tempo, la testa e i rapporti perché si aprisse. Vicenza applaudirà chi taglia il nastro. Lo fa sempre, ed è già tanto se applaude.

 

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