di Arrigo Abalti · Agosto 29, 2026
Zaia scrive al Veneto sul fine vita
Ottobre 2017. Il Veneto va a votare per l’autonomia. Consultazione consultiva, cioè non vincolante, cioè che non obbliga nessuno a niente. Quattordici milioni di euro. Affluenza sopra il cinquantasette per cento. Novantotto per cento di sì.
Giuridicamente non successe nulla. Politicamente successe tutto: Luca Zaia diventò il presidente più votato d’Italia e ci rimase per otto anni. Con la suggestione dell’autonomia che poi non è mai arrivata.
Tenete a mente l’architettura. Serve per capire cosa succede martedì.
Sabato pomeriggio Zaia ha scritto una lettera aperta a cinque milioni di veneti sul fine vita. Bella lettera. Misurata, colta, mai un decibel di troppo — il suo marchio di fabbrica da quindici anni. Dice che nessuno ha il monopolio dell’etica. Dice che la politica deve saper rinunciare alla politica, un ossimoro alla Zaia che nella vita ha sempre fatto il politico.
E dice, in fondo alla pagina, che spera che la legge passi.
Chi presiede l’aula annuncia al pubblico come vorrebbe che finisse il voto che dovrà dirigere. In qualunque altro consiglio regionale sarebbe una notizia. In Veneto è sabato.
Ora la parte che nella lettera non c’è.
C’è un nuovo governatore, si chiama Alberto Stefani, è del 1992, e sul fine vita ha la linea esattamente opposta: niente legge regionale, meglio una proposta di legge statale da spedire a Roma. Tradotto dal politichese: decidano altri, altrove, un giorno. C’è un Consiglio regionale spaccato tra zaiani e stefaniani, con la minaccia — mica tanto velata — di un gruppo nuovo che riesumi la Lista Zaia. C’è una vecchia guardia che non riconosce il nuovo corso e un nuovo corso che riscrive i progetti altrui per mettergli sopra il proprio nome.
E c’è soprattutto questo, che nessuno ha raccontato ai veneti con la stessa chiarezza con cui gli si è scritto della dignità del morire.
Il 5 agosto la giunta Stefani ha approvato lo schema d’intesa sull’autonomia differenziata. La cosa per cui il Veneto ha votato nel 2017, la cosa per cui Zaia ha speso otto anni e quattordici milioni. Poi il Pd ha interpellato l’ufficio legale del Consiglio, e l’ufficio legale ha stabilito l’ordine dei lavori: prima l’aula si esprime sul fine vita, poi si parla dell’intesa con lo Stato.
Cioè: la bandiera di Zaia è diventata il sasso nella scarpa del suo successore.
Un uomo che per quindici anni ha governato questa regione oggi presiede l’assemblea che la controlla. È una promozione che assomiglia a un parcheggio, e chi conosce il personaggio sa che nei parcheggi non ci resta.
Poi c’è il dettaglio tecnico, quello che i giornali non titolano mai e che vale l’intera vicenda: Zaia ha preteso il voto palese. Niente scrutinio segreto. Ogni consigliere in chiaro, nome e cognome, davanti ai propri elettori e ai propri capigruppo. A Zaia.
Il voto segreto è lo strumento storico della libertà di coscienza. Esiste per proteggerla. Zaia lo toglie e chiede libertà di coscienza. Altro ossimoro dei suoi. È un appello nominale travestito da esame morale: alzatevi in piedi e fatevi contare, e domani ognuno di voi risponderà del proprio nome su una lista che qualcuno pubblicherà.
Adesso torniamo al 2017 e guardiamo le due cose in fila.
Un voto che, per ammissione dello stesso Zaia, non introduce nulla e non cancella nulla — perché il suicidio medicalmente assistito esiste già dal 2019 per sentenza della Consulta. Un voto che, sempre secondo i costituzionalisti, rischia seriamente di essere impugnato e in parte annullato. Un voto giuridicamente leggero e politicamente pesantissimo, preparato da una lettera a cinque milioni di destinatari, con gli occhi dell’Italia intera evocati in apertura. Quanto poi davvero interessi all’Italia lo vedremo.
È la stessa impalcatura del referendum: un atto che non cambia il diritto ma vuole cambiare il consenso. Nel 2017 il tema era l’autonomia. Oggi è la vita e la morte. Il congegno è identico.
Onestà vuole che si dica anche il resto, e il resto è scomodo per chi scrive questo pezzo.
Nel gennaio 2024 la stessa proposta cadde per un voto solo, e Zaia era in minoranza rispetto alla propria maggioranza: contro votarono Fratelli d’Italia, Forza Italia e pezzi della sua Lega. Non è una convinzione inventata sabato per bisogno. È una convinzione che gli è già costata, quando costava. Chi vuole liquidarlo come cinico deve fare i conti con quella data.
Ma una convinzione sincera e un’operazione politica possono stare nello stesso uomo. Anzi: le operazioni migliori si fanno con le convinzioni vere. È per questo che funzionano.
Resta un’ultima domanda.
Fuori da Palazzo Ferro Fini c’è una regione che aspetta altro. Liste d’attesa, pronto soccorso, medici di base che non si trovano, un’autonomia rimasta in mezzo al guado dopo nove anni di battaglia. La sanità veneta è il capolavoro di Zaia ed è anche il suo problema, e nessuna lettera aperta ha mai accorciato una lista d’attesa.
La domanda non è se il fine vita meriti una legge. Merita una legge nazionale, e il Parlamento tace da sette anni: su questo Zaia ha ragione da vendere, e chi voterà no dovrà spiegare non perché è contrario — può esserlo, ed è pienamente in diritto — ma cosa intende fare del vuoto che resta.
La domanda è un’altra: perché adesso, perché così, perché con una lettera a tutti i veneti tre giorni prima, perché con l’autonomia ferma nella stanza accanto. Perchè mentre sta suonando la campanella dell’ultimo anno della legislatura.
Martedì i consiglieri voteranno liberamente, in coscienza, in chiaro, uno per uno.
Il presidente dell’aula ha già votato, per iscritto, davanti a cinque milioni di persone. E ha fatto sapere che li sta guardando.



