Fine corsa

di Arrigo Abalti · Luglio 31, 2026

 

C’è chi guarda al fine vita e ci vede, più che una fine, un nuovo inizio — di carriera, di visibilità, di primo piano. Per certa politica, quello che dovrebbe essere l’ultimo tratto di strada di una persona diventa invece un rilancio, una corsa tutt’altro che finita: verso le telecamere, verso il consenso, verso il prossimo turno elettorale. È il paradosso di un tema che nasce dalla fragilità e finisce per nutrire l’ambizione di chi lo maneggia.

Il resto, purtroppo, si ripete identico. Su tutto, quando serve, la politica sa essere velocissima — comunicati, editti, convegni — ma davanti al fine vita si blocca, e delega. Alle Regioni, ai giudici, al caso.

Il risultato è una geografia della pietà a macchia di leopardo: in una regione un diritto, pochi chilometri più in là un vuoto. Non è federalismo, è rimozione. Le Regioni che hanno legiferato non hanno usurpato nulla: hanno semplicemente tappato, come potevano, un buco che il Parlamento si ostina a non voler vedere. Il torto non è loro. È di chi, il Parlamento, avendo il compito di scrivere le regole comuni, preferisce guardare altrove e lasciare che se ne occupino i consigli regionali, le sentenze, le famiglie sole nei corridoi degli ospedali.

E poi c’è il Veneto, dove il vuoto lasciato da Roma è stato riempito, non dal pudore ma dal palcoscenico. Qui il fine vita ha smesso da tempo di essere una questione di coscienza per diventare un copione, recitato a beneficio di telecamere e sondaggi: dichiarazioni a effetto, distinguo tattici, il diritto trasformato in bandiera da issare o ammainare a seconda della convenienza del momento. È lo spettacolo penoso di chi scopre la pietà solo quando serve a marcare un territorio politico, e la dimentica appena le luci si spengono. La sofferenza altrui, ridotta a terreno di scontro tra correnti, è forse l’unica cosa più indecorosa dell’immobilismo di Roma.

Perché di questo si tratta, in fondo: famiglie che chiedono una risposta a un dolore che non aspetta i tempi della politica, né tantomeno i suoi teatrini. E la politica, va detto senza troppi giri di parole, quando non vede ciò che ha davanti agli occhi — o peggio, lo usa come scena — commette una forma sottile di immoralità.

Non serve inventare nulla di rivoluzionario. Serve una legge, una sola, approvata da chi la pensa in un modo e da chi la pensa nell’altro, perché qui non è in gioco l’ideologia ma la dignità — che poi ciascuno, in coscienza, la eserciti o no. Maggioranza e opposizione lo sanno benissimo. Manca solo la voglia di dirselo in aula, invece che sui soliti palcoscenici regionali.

Il fine vita non è un tema che si può subappaltare, né tantomeno recitare. È un dovere che si può solo, finalmente, assumersi — prima che qualcuno, in cerca dell’ennesimo proscenio, lo trasformi definitivamente nella propria fine corsa.

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