Il fine vita e la conta che nessuno vuole fare

di Arrigo Abalti · Agosto 28, 2026

 

Nel Veneto della nuova legislatura ci sono due palazzi e due orologi. A Palazzo Balbi il tempo è quello lungo di chi ha davanti cinque anni e un’intesa sull’autonomia da portare a casa. Al Ferro Fini è quello breve di chi deve decidere, entro pochi mesi, che cosa fare del resto della propria vita politica. Martedì mattina i due orologi segnano la stessa ora, ed è l’ora del voto sul fine vita.

Sul merito le posizioni sono note e da mesi non si muovono. Alberto Stefani sostiene che una disciplina del suicidio medicalmente assistito non possa nascere in una Regione e valere soltanto lì, e che lo strumento corretto sia l’iniziativa legislativa verso il Parlamento. Argomento rafforzato dall’estate: con la sentenza sulla legge sarda la Consulta ha scritto che la norma regionale non può agire in via suppletiva rispetto a quella statale. Luca Zaia sostiene l’opposto da due anni, e nel gennaio del 2024 ci mise la faccia in un’aula che lo lasciò solo: venticinque sì, ventidue no, tre astensioni, quando ne servivano ventisei.

Il punto, però, ormai non è più il merito. È che questa è la prima volta, in questa legislatura, in cui le due autorità della regione si trovano su fronti dichiaratamente opposti su un atto che va votato per appello nominale. Finora la coabitazione ha retto perché a nessuno era stato chiesto di scegliere. Martedì glielo si chiede.

La sequenza dice quanto la maggioranza avrebbe preferito evitarlo. La Giunta puntava a portare in aula per prima l’intesa sull’autonomia differenziata, il provvedimento che tiene unito il centrodestra e che vale la legislatura. È stato il centrosinistra a chiedere il parere dell’ufficio legislativo, che ha stabilito la precedenza della legge di iniziativa popolare. Il 26 agosto la conferenza dei capigruppo ha ratificato: prima il fine vita, poi l’autonomia. Nell’ordine dei lavori, insomma, è già scritto il fastidio.

C’è poi il capitolo del testo alternativo. Da luglio circola nei corridoi del Ferro Fini una proposta coordinata da Matteo Pressi, capogruppo della lista del presidente, presentata come versione più prudente rispetto a “Liberi subito”. Doveva offrire ai riluttanti una via d’uscita onorevole. Non è mai stato depositato. Restare fuori dagli atti, del resto, ha un vantaggio evidente: un testo che non esiste non ammette che una legge regionale sul fine vita sia possibile.

I numeri, allo stato, restano stretti. All’ultima conta di inizio agosto i contrari risultavano due in più dei favorevoli, ma con l’introduzione dell’obiezione di coscienza per i medici e la presenza di un palliativista nel comitato di valutazione il rapporto potrebbe rovesciarsi. È su quel terreno che si è lavorato durante la pausa, con contatti che hanno attraversato lo steccato tra Lega e Partito democratico. Il capogruppo dem Manildo ha piantato un paletto: in aula si parte dal testo popolare, e su quello la Giunta può proporre modifiche. Sarà il passaggio decisivo, e non tanto per la sorte del provvedimento: gli emendamenti, in una legge come questa, sono lo strumento con cui si può tanto rendere applicabile una norma quanto renderla inservibile senza dover votare contro. Chi vuole capire come finisce li legga prima del voto, non dopo.

Il resto è la geografia politica del centrodestra veneto, che questo passaggio fotografa meglio di qualunque sondaggio. Fratelli d’Italia è contraria per posizione consolidata, con il capogruppo Borgia che rilancia sulle cure palliative. Il gruppo misto ha già alzato la voce. La Lega è divisa come nel 2024, ma con una variabile nuova: allora il capo era il presidente della Regione, oggi il capo storico presiede il Consiglio e la Regione la governa un altro. I voti che usciranno da quei banchi diranno quale delle due leadership pesa ancora, e quanto.

Perché è questo che verrà misurato, al netto della materia. Zaia ha davanti opzioni che non possono coesistere: la trattativa con le reti di Cologno Monzese per portare in televisione il suo podcast, un ritorno a Roma alle prossime politiche con l’auspicio che sia il salvagente per un partito in calo di consenso, o la permanenza a Venezia in un ruolo che dà visibilità e non decide. Un voto che passasse contro la linea di Palazzo Balbi gli restituirebbe una maggioranza politica propria e cambierebbe il calcolo di tutte e tre. Un voto che si fermasse di nuovo a un passo direbbe l’inverso, e lo direbbe soprattutto a chi sta ancora scegliendo da che parte guardare.

In fondo all’ordine del giorno restano le persone per cui la legge era stata scritta. Novemila firme raccolte in Veneto e un tempo che, per chi le ha promosse, non è mai stato una variabile negoziabile. Martedì, nell’aula del Ferro Fini, quel tempo entrerà comunque per ultimo.

 

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