di Arrigo Abalti · Agosto 31, 2026
La siccità non è più emergenza, secondo l’assessore Dario Bond, è il clima che è cambiato. E bisogna adeguarsi
Per chi se la ricorda, altrimenti suggeriamo un ritorno alla visione di un piccolo capolavoro, c’è una scena di Chinatown in cui Jack Gittes capisce, troppo tardi, che a Los Angeles chi comanda l’acqua comanda tutto il resto — le mappe, i sindaci, il futuro della città. “Dimenticalo, Jake, è Chinatown”, gli dicono, per fargli capire che contro certi giochi di potere non c’è indagine che tenga. Poi arriva il comunicato di Dario Bond, l’assessore regionale col cognome da 007, che sembra aver deciso di fare l’esatto contrario di Gittes: non archiviare il fascicolo, ma aprirlo. Chiedere che le derivazioni idriche del Veneto — chi preleva cosa, dove, quanto — diventino un registro pubblico e non più un affare di pochi iniziati. Sembra un dettaglio tecnico. Non lo è: è la scommessa di un Veneto che prova a smettere di rincorrere l’emergenza per cominciare, finalmente, a prevederla.
E qui sta il punto vero del messaggio, più dei 30 milioni promessi insieme al presidente Stefani (che pure contano, e non poco). Bond dice una cosa scomoda: se la crisi idrica torna ogni due o tre anni, a un certo punto va chiamata con il suo nome, che non è “emergenza” ma “clima“. E il clima non lo si affronta con l’ordinanza che vieta di innaffiare i gerani il mercoledì. Lo si abita, ci si organizza attorno, dodici mesi all’anno. È quasi la lezione che Frank Herbert metteva in bocca ai Fremen di Arrakis: sul pianeta del deserto nessuno si permette di sprecare un’oncia di umidità, ogni goccia finisce nella tuta stillante, perché lì la disciplina dell’acqua non è ideologia, è sopravvivenza. Il Veneto, per fortuna, non è Arrakis. Ma l’istinto che Bond chiede ai Consorzi — ottimizzare quando l’acqua c’è, non solo quando manca — è lo stesso: la scarsità non si scongiura, si amministra.
C’è anche, se vogliamo cercarla, un’eco eraclitea in tutto questo. Panta rhei, tutto scorre, diceva il filosofo di Efeso: non ci si bagna due volte nello stesso fiume, perché l’acqua che vi scorre non è mai la stessa. La crisi del 2026 non è quella di quattro anni fa, l’agricoltura che oggi chiede acqua per periodi più lunghi (perché punta sulla qualità, non solo sulla quantità) non è quella per cui furono scritte le vecchie concessioni. Bond sembra averlo capito prima di altri: se cambia il fiume deve cambiare anche chi lo governa. Per una burocrazia abituata a concessioni firmate una volta e mai più riviste, è quasi un’eresia.
Il merito politico va registrato. Bond non promette il lago artificiale dietro ogni campanile — la soluzione facile, fotogenica, buona per un taglio di nastro. Frena anzi sui nuovi bacini in quota, ricordando i tempi lunghi delle autorizzazioni e i pareri della Soprintendenza, e sceglie la strada meno spettacolare: ottimizzare gli invasi che già esistono. Preferisce, insomma, chi ripara gli argini a chi inaugura le piramidi. E cita la gestione dell’Adige di quest’estate non a caso: è la prova che con la programmazione condivisa si può reggere una stagione difficile anche senza l’ennesimo cantiere promesso e mai aperto.
C’è poi un’eco tutta veneta, sotto traccia, che nessuno nel comunicato nomina ma che vale la pena ricordare: la Serenissima deviava il Brenta e il Piave per salvare la laguna dall’interramento, secoli prima che qualcuno inventasse la parola “resilienza”. Bond parla più da ingegnere idraulico che da annunciatore, ed è un bene: l’acqua non è un nemico da respingere né una grazia da invocare, ma un’infrastruttura di civiltà che va disegnata con pazienza. Trent’anni di piccoli invasi tenuti bene valgono più di un grande lago promesso in campagna elettorale e mai scavato.
Resta la scommessa più rischiosa, quella dei dati pubblici su ogni derivazione. Lì Bond gioca sul serio, perché la trasparenza smaschera anche le rendite di posizione consolidate. Ma è proprio quel coraggio — misurare prima di promettere, mappare prima di scavare — a rendere credibile tutto il resto. Il vero investimento, alla fine, non è nel cemento dei nuovi bacini: è nella testa di chi ha smesso di aspettare Godot, cioè l’emergenza-alibi, e ha deciso di scrivere un copione diverso. Speriamo che qualcuno lo ascolti.



