di Arrigo Abalti · Ottobre 31, 2025
Le cosiddette liste minori del Centrodestra e la sfida con i big
Nel grande bazar delle elezioni venete, tra i banconi ingombri dei due colossi che si contendono lo scontrino del potere — la Lega e Fratelli d’Italia — qualcuno ha rialzato la serranda di un vecchio negozio: quello del centro. Non quello commerciale, ma quello politico.
Là dove un tempo c’erano le insegne della Democrazia Cristiana, oggi s’intravede una nuova vetrina con due marchi ostinati: Noi Moderati e UDC. Non fanno rumore, ma nemmeno chiudono. Espongono merce d’altri tempi: equilibrio, mediazione, buon senso. In un’epoca in cui si vince solo gridando, loro provano a sussurrare.
Certo, qualcuno penserà che sia l’ennesimo tentativo di tornare a un passato che non tornerà. Ma forse, dietro queste insegne dimesse, si nasconde un’intuizione: il Veneto, stanco del derby infinito tra Salvini e Meloni, potrebbe tornare a desiderare un luogo dove non servano casacche di partito per parlare di autonomia, impresa e territorio.
Forza Italia, che centrista non è mai stata se non per autoproclamazione, gioca invece a piantare una bandiera nel mezzo del campo, come chi vuole dire “ci siamo anche noi”, mentre la vera partita — ironia della sorte — sembra la rivincita personale di Flavio Tosi contro la Lega, il suo ex partito e il suo grande amore finito male.
E così, tra simboli piccoli ma nostalgie grandi, si muove una galassia di reduci, idealisti e amministratori locali che non sanno se riusciranno a contare qualcosa, ma almeno provano a non farsi risucchiare dai due poli. Magari non vinceranno. Ma nell’era delle urla, anche solo ricordare che esiste ancora il tono di voce del centro è già una forma di resistenza civile. La testimonianza che esiste una Terra di Mezzo che vuole mantenere la sua storia e la sua identità.
Il centro, in fondo, non è un posto. È una postura: quella di chi tenta di tenere insieme invece che dividere. Anche se, nel Veneto del 2025, sembra quasi un atto rivoluzionario.



