IL CAPOLINEA VIOLA

di Redazione · Marzo 7, 2026

SVT è in crisi. Il direttore generale lascia. Si discute del successore. Il CdA osserva. Nessuno disturba il manovratore

 

Partiamo da una premessa metodologica. Quando un’azienda pubblica entra in crisi, in Italia esiste un protocollo collaudato per non imbarazzare la politica: si cambia il direttore generale, si annuncia una svolta, si convoca una conferenza stampa. Il CdA resta al suo posto. I soci pure. La crisi, formalmente, è risolta. Che i bus continuino a non passare è un dettaglio che il protocollo non contempla.
SVT è il caso di scuola perfetto. Franco Ettore Viola lascia a luglio. Le ragioni dell’addio sembrerebbero principalmente di natura politica: il manager avrebbe sentito venir meno il sostegno dei soci, della Provincia in particolare.  La Provincia è guidata da Andrea Nardin, FdI, che ha già il nome del successore sul foglietto: Gianluigi Carrucciu, tecnico di profonda capacità giuridica, vicedirettore generale del Comune. Avvocato pubblico, lunga carriera in Regione Veneto, curriculum di tutto rispetto. Un profilo serio, che in un sistema serio vincerebbe una selezione aperta senza bisogno che nessuno lo spingesse. Ma siamo a Vicenza, e il sistema serio è un’ipotesi di lavoro.
Ora però bisogna nominare l’elefante. Non il successore di Viola. L’altro elefante. Quello che sta seduto in sala riunioni da anni e che tutti fingono di non vedere: il Consiglio di amministrazione.
SVT ha un CdA, nominato dai soci — Provincia e Comune — con presidente Marco Sandonà scelto dal n. 1 di Palazzo Nievo, Andrea Nardin.  È il CdA che ha presieduto, con olimpica serenità, al deterioramento progressivo del servizio. La carenza cronica di autisti ha portato SVT a non poter garantire le corse scolastiche del sabato.  Una crisi strutturale, annunciata, prevedibile. La risposta del CdA non è stata assumere, non è stata pagare meglio, non è stata ripensare il modello. La risposta è stata chiedere alle scuole di riorganizzarsi su cinque giorni.  Il trasporto pubblico non riesce a servire la città, quindi è la città che si adatta al trasporto pubblico. Una soluzione di una coerenza quasi ammirevole: se il problema è troppo difficile, si ridefinisce il problema.
Le ultime scuole a cedere sono stati gli istituti Boscardin e Rossi, informate da SVT e dalla Provincia che il sabato, dal prossimo anno, non sarebbe stato garantito. Non una proposta. Una comunicazione. Quasi duemila firme raccolte in pochi giorni, famiglie e studenti che denunciano autobus sovraffollati, coincidenze impossibili, tempi di percorrenza dilatati.  Cittadini in piazza davanti alla sede. Un disagio che non è opinione: è dato.
Eppure il dibattito pubblico — giornali, politici, consiglieri comunali di ogni colore — ruota interamente attorno al nome del prossimo direttore generale. Chi lo vuole, chi lo spinge, quale partito ci mette la firma. È la conversazione più comoda che esista, perché permette a tutti di recitare una parte — chi attacca, chi difende, chi si smarca — senza che nessuno sia costretto a fare la domanda scomoda: perché il CdA è ancora lì?
Un direttore generale, di solito,  esegue. Esegue gli indirizzi che vengono dall’alto, lavora nei margini che il consiglio di amministrazione gli concede, risponde a una governance che i soci pubblici hanno costruito e possono smontare quando vogliono. Se quegli indirizzi hanno prodotto una città che riorganizza le scuole attorno agli orari dei bus e non viceversa, la responsabilità non è del manager. È di chi lo ha indirizzato, di chi ha approvato, di chi ha taciuto.
Ma chiedere conto al CdA significa chiedere conto ai soci. E i soci sono la Provincia e il Comune. E la Provincia e il Comune sono la politica. E la politica, come è noto, preferisce discutere di nomine piuttosto che di responsabilità.
Più comodo. Molto più comodo.
Nel frattempo, il Boscardin ha rinunciato al sabato. Il Rossi anche. E l’autobus delle 7.42 è ancora in ritardo.​​​​​​​​​​​​​​​​

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