di Arrigo Abalti · Febbraio 27, 2026
Quando pezzi di territorio provano a dettare la linea sulle nomine sanitarie, la questione non è la continuità: è il confine tra pressione legittima e interferenza
Il Presidente della Fondazione Fabbricare Salute, Pietro Sottoriva, ex numero 1 della Confindustria locale, costituita qualche anno fa da un gruppo di imprenditori dell’Alto Vicentino esce oggi con un’intervista in cui lancia un messaggio forte, e allo stesso tempo inquietante, alla politica regionale alla vigilia del rinnovo dei DG della Sanità Veneta, “serve continuità per chi lavora bene”.
Tuttavia c’è qualcosa di profondamente stonato in questa storia. Non perché un territorio difenda un direttore generale di una ulss. È legittimo. Non perché si invochi la continuità. È comprensibile. Ma perché, per la prima volta con questa nettezza, soggetti esterni al perimetro istituzionale provano a orientare – pubblicamente – una decisione che spetta esclusivamente alla politica regionale.
E questo, semplicemente, non va bene.
Le nomine dei direttori generali non sono un referendum popolare. Non sono una petizione civica. Sono un atto di responsabilità politica piena, che ricade sul presidente e sulla Giunta. Punto. Se si apre il varco all’idea che fondazioni, reti territoriali o coalizioni di sindaci possano “blindare” un assetto con una moral suasion preventiva, allora il baricentro decisionale si sposta fuori dalle istituzioni.
E questo è il vero nodo.
Il messaggio non è neutro
Quando si chiede “continuità per chi lavora bene”, si usa una formula apparentemente ineccepibile. Ma dentro quella formula c’è un sottotesto: non cambiate. E quando quel messaggio è indirizzato al presidente nel momento in cui deve decidere, non è un’opinione: è una pressione.
Si può discutere nel merito delle performance, dei risultati, delle strategie. Si devono discutere. Ma è un’altra cosa trasformare una valutazione tecnica in un atto di indirizzo politico proveniente dall’esterno. Perché oggi il punto non è Santorso. Il punto è Alberto Stefani.
La linea di confine
In uno Stato di diritto esiste una distinzione semplice: la società civile esprime opinioni, la politica decide perchè, banalmente, ha un mandato popolare.
Se questo confine si sfuma, il rischio non è il dibattito – che è sano – ma la sostituzione della responsabilità politica con la pressione organizzata.
E qui il paradosso è evidente: per anni si è chiesto di tenere la politica fuori dalla sanità. Ora si chiede alla politica di ratificare scelte già “benedette” da pezzi di territorio. È la stessa dinamica, rovesciata. Non meno problematica.
Perché un direttore generale non è il sindaco di una comunità. È un vertice fiduciario della Regione. Risponde a un mandato, a obiettivi, a un progetto di sistema. Se resta, deve restare per decisione politica. Se va, deve andare per decisione politica. Non per applausometro.
Per Alberto Stefani questa è la prima vera prova di autonomia. Accettare che il clima esterno orienti le scelte significherebbe inaugurare una stagione in cui ogni nomina diventa oggetto di mobilitazione preventiva. Resistere significa riaffermare un principio semplice: le valutazioni si fanno sui risultati, non sulle campagne. È scandaloso – sì, scandaloso – che si tenti di condizionare una scelta che è, per definizione, politica e istituzionale. Non perché sia vietato esprimere un’opinione. Ma perché la modalità e il tempismo trasformano quell’opinione in un tentativo di indirizzo. E se oggi passa l’idea che la continuità si decide fuori dal Palazzo, domani nessun presidente potrà cambiare nulla senza subire una pressione organizzata.
La sanità veneta merita una guida forte.
Non una guida sotto tutela.



