di Arrigo Abalti · Giugno 15, 2026
Tutti lo evocano, nessuno lo abita. E mentre i “centrini” si moltiplicano come funghi dopo la pioggia, il bipolarismo storto resta più solido di ogni buon proposito
L’eterno ritorno dell’uguale, sentenziava il filosofo dal baffo tragico; e quasi certamente non pensava al Centro italiano, perché Dio gli ha risparmiato i talk show di La7. Eppure nessuna materia, da noi, illustra la sua teoria con devozione altrettanto puntuale: di nulla si discute con una costanza così fervente e così sterile come del Centro, quel luogo geometrico della politica che tutti invocano, nessuno abita, e che ricompare a ogni stagione elettorale con la fedeltà dell’araba fenice — salvo che la fenice, almeno, risorgeva davvero.
La domanda è di quelle che si fanno con l’aria di chi già conosce la risposta e preferisce non darsela: perché in Italia non nasce una formazione di centro, un consorzio di persone di buona volontà capaci di sottrarsi al ricatto delle ali estreme, quelle che governano entrambi gli schieramenti e ci impongono un bipopulismo a specchio, con gli stessi vizi di qua e di là? Si replicherà che il bipolarismo forzato ha esasperato i difetti del modello e schiacciato nell’irrilevanza le minoranze ragionevoli. Vero. A patto di non confondere il centrista con la sua caricatura: il moderato sonnolento, quello che non smuove le acque perché si trova bene solo nello stagno. L’Italia di moderati così, per fortuna, non sa che farsene. Le servirebbe semmai il loro contrario: gente equilibrata abbastanza da diffidare delle scorciatoie demagogiche e sveglia abbastanza da avere un’idea. È, in due righe, il Centro che non c’è. E che, salvo sorprese, non ci sarà.
Il guaio è che le urne si avvicinano. Meno di un anno, a stare ai calcoli sobri: più primavera del ‘27 che autunno, perché il voto fuori stagione del ‘22 resta un’anomalia che nessuno ha voglia di ripetere. Ed ecco allora il consueto fiorire di iniziative, ciascuna persuasa di essere la scintilla, nessuna — diciamolo — davvero persuasiva. C’è Renew Europe, accudita da Parigi da Sandro Gozi; c’è europeisti.eu di Piercamillo Falasca, il più temerario, che propone addirittura di smontare il vecchio bipolarismo per rimontarlo in alleanze più coerenti; c’è la rete degli amministratori civici di Alessandro Onorato, cresciuta sotto l’ombrello del “lord protettore” Goffredo Bettini, che centrista, a voler essere generosi, non è mai stato. Si prosegua a piacere: l’Officina repubblicana di Giorgio La Malfa, l’ipotesi Ernesto Maria Ruffini già esattore in capo del Regno, Pina Picierno, Marianna Madia, e l’intera carovana di chi è uscito dal Pd o tiene un piede sulla soglia, infastidito dalla deriva della gestione Schlein, tutta intenta a non dispiacere a Giuseppe Conte e perfettamente indifferente alle mini-scissioni che le franano al centro.
Chi è arrivato fin qui si sarà già preso la testa fra le mani. Perché la somma di tutti questi centrini non fa un Centro: fa un arcipelago di isole orgogliose della propria solitudine. La logica del bipolarismo storto è più robusta di chiunque pretenda di raddrizzargli le gambe, e alla fine ci si rassegna alla geografia che conosciamo. A destra i Vannacci che impartiscono lezioni di morale sui migranti da rispedire al mittente e si compiacciono della “sporca dozzina” che li sostiene — i transfughi dei partiti di governo confluiti in Futuro Nazionale a caccia di un seggio decentemente sicuro. A sinistra i Cottarelli e i Monti che si offrono come classe dirigente assennata per un Centro pronto, se mai le condizioni esistessero, a stipulare con il Pd. Ma è altra cosa dal Centro che ha in mente Romano Prodi quando rievoca la sua stagione di fine anni Novanta, quando nell’alleanza c’era ancora posto per un Carlo Azeglio Ciampi. E qui converrebbe tacere, perché certi nomi sono un’epigrafe.
Oggi si vive alla giornata: buone intenzioni e nessun progetto, il malumore al posto della visione. È il pasticcio di un Paese a vocazione proporzionale che a un certo punto ha voluto fare il salto nel maggioritario senza atterrare da nessuna parte, e ora se ne sta lì, a metà del guado, tra nostalgie inservibili e avventurismi senza domani. Giorgia Meloni lima la prossima legge elettorale — una delle tante, ormai si è perso il conto — mentre il disincanto cresce a vista d’occhio. Un applauso a chi ha ancora la voglia di impegnarsi, certo. Ma l’ovazione, quella vera, spetta agli elettori: per la pazienza, che è la sola virtù politica che in questo Paese non sia mai andata in minoranza. Ma è sulla buona strada.



