di Arrigo Abalti · Giugno 17, 2026
C’è una formula che, dalle nostre parti, ha soppiantato la virgola, il punto e il pensiero: «quello che è». La trovate in ogni declinazione — «quella che è», «quelli che sono», «quelle che sono» — ed è la stampella dell’amministratore che ha preso la parola in consiglio comunale e non ha più intenzione di mollarla. «Interverremo su quella che è la viabilità», annuncia l’assessore. «Dobbiamo potenziare quelli che sono i servizi», incalza il consigliere. «Valuteremo quello che è il bilancio.» Tradotto dall’originale: la viabilità, i servizi, il bilancio.
Diciamolo subito, per onestà: non è quasi mai un errore di grammatica, di quelli da matita rossa. «Quello che» è una saldatura legittima — un dimostrativo più un relativo, l’equivalente di «ciò che»* — e funziona benissimo quando indica un contenuto che non sapremmo dire altrimenti: *«Farò quello che è giusto», «Dimmi quello che pensi». Lì «quello che» lavora, perché al suo posto non c’è un nome pronto.
Il guaio nasce quando la formula avvolge una parola che potevamo pronunciare e basta. «Quella che è la viabilità» significa, alla lettera, «la cosa che è la viabilità» : cioè la viabilità. Si è definita una cosa con se stessa. È una tautologia, un pleonasmo, una perifrasi che gira a vuoto: la relativa «che è la viabilità» non aggiunge né restringe nulla, è una zeppa infilata tra soggetto e verbo come l’acqua nel vino. Quattro parole per non dire niente.
C’è anche una prova del nove, e ve la regalo: cancellate il «quello/quella/quelli/quelle che è/sono» e rileggete. Se la frase resta identica, era una zeppa. «Potenzieremo quelli che sono i servizi» → «Potenzieremo i servizi» : identico. «Valuteremo quello che è il bilancio» → «Valuteremo il bilancio» :identico. Ogni volta, la stampella cade e la frase sta in piedi meglio di prima.
L’errore vero, quello sì, spunta quando la fretta fa inciampare anche l’accordo: «quello che sono le esigenze», con il singolare quello incollato al plurale *sono*. Lì la matita rossa esce davvero. Ma è la beffa finale: a furia di aggiungere parole inutili, si finisce per sbagliare pure quelle.
Resta la domanda: perché lo fanno? Perché «quello che è» è solennità a buon mercato. Dà un’aria di concretezza a chi non ne ha, prende tempo, riempie il silenzio mentre si cerca un’idea che spesso non arriverà. È il raschiarsi la gola della politica. Eppure la lingua, esattamente come la buona amministrazione, si giudica dall’economia: Calvino la chiamava esattezza, e voleva dire togliere il superfluo, non accatastarlo. Dire «la strada» invece di «quella che è la strada» non è povertà di linguaggio: è rispetto, per la strada e per chi ascolta.
Così, mentre attendiamo che dicano finalmente qualcosa, loro continuano a illustrarci quello che è. Peccato che quello che è, signori, lo vedevamo benissimo anche da soli.



