Votare senza scegliere

di Arrigo Abalti · Giugno 12, 2026

A Vicenza, come nel resto d’Italia, alle ultime elezioni regionali ha votato meno della metà degli aventi diritto. Non è una notizia. È diventata la normalità. E la normalità, si sa, non fa più notizia. Ma dovrebbe fare paura.

Solo il 23,2% degli italiani si informa quotidianamente di politica. Il 60,2% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni non si informa “mai”. Degli oltre 15 milioni di cittadini che disertano le urne, il 42% lo fa per “sconforto” e il 26,6% per “rabbia”. Non per indolenza, dunque. Per delusione consapevole. C’è una differenza, ed è importante.

La domanda che nessuno a Roma sembra volersi porre davvero è semplice: perché un cittadino dovrebbe andare a votare se non può scegliere chi lo rappresenta? La nuova legge elettorale, con ogni probabilità, non introdurrà il voto di preferenza. Chi va in Parlamento lo decideranno ancora i segretari di partito, le correnti, i capicorrente, i capicorrente delle correnti. L’elettore potrà scegliere il partito. Il candidato glielo scelgono altri. È come andare al ristorante e scoprire che il menu lo decide il cuoco in base ai propri gusti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. La maggioranza di centrodestra che sostiene il governo Meloni rappresenta, nei fatti, appena il 27% dell’intero corpo elettorale. Non perché abbia preso pochi voti: perché gli altri non sono andati a votare. La democrazia parlamentare italiana è sempre meno rappresentativa, non per un difetto di sistema, ma per una scelta precisa e reiterata della classe politica: tenere i cittadini fuori dalla porta, consegnare ai partiti il monopolio della selezione del personale politico, e poi meravigliarsi se la gente non si fida.

Anche da Vicenza questo si vede. Si vede anche da qui dove si è rappresentati in Parlamento da persone che nessuno ha scelto davvero,  eletti grazie alla posizione in lista più che al consenso personale, nelle facce che cambiano a ogni legislatura non perché gli elettori le abbiano cambiate, ma perché qualcuno a Roma ha deciso così. Il voto di preferenza non è la soluzione a tutto: può alimentare conflitti interni ai partiti, può aprire la porta al finanziamento illecito dei singoli candidati. Ma è almeno un pezzo di risposta a una domanda che la politica italiana continua a ignorare: perché dovrei partecipare a una recita in cui il copione è già scritto? È ancora democrazia un sistema in cui meno di una decina di persona decidono la composizione di Camera e Senato o è già una forma evoluta di oligarchia?

Tocqueville diceva che è la partecipazione costante e reale dei cittadini agli affari della società a dare alla vita comune la sua forza. Bobbio aggiungeva che senza cittadini attivi la democrazia rischia di ridursi a una procedura vuota. Procedura vuota: tre parole che descrivono esattamente quello che sentiamo ogni volta che apriamo una scheda elettorale e scopriamo che la scelta vera è già stata fatta altrove, da altri, senza di noi.

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