di Arrigo Abalti · Novembre 7, 2025
C’è un’Italia che aspetta. E c’è un Veneto che aspetta dentro quell’Italia
Aspetta una visita, un esame, una risposta che non arriva mai. Nel frattempo si ammala di sfiducia.
Secondo l’Istat, 5,8 milioni di italiani nel 2024 hanno rinunciato a curarsi. Un milione e tre in più dell’anno prima. Non perché non ne avessero bisogno, ma perché le liste d’attesa sono diventate più lunghe della pazienza. È come se la salute fosse entrata in un labirinto, con un cartello all’ingresso: “Rivolgersi al privato, se potete”.
Ma attenzione: la sanità non è solo una questione nazionale. È materia delegata alle Regioni, e il Veneto lo sa bene. Da anni amministra direttamente l’84% del proprio bilancio in sanità — un record che pesa come una responsabilità. Eppure anche qui, dove per decenni abbiamo parlato di “modello veneto”, la crepa si vede: liste d’attesa che si allungano, medici che mancano, infermieri stanchi, e cittadini che – tra un CUP e un call center – scoprono che la salute pubblica non sempre è a portata di mano.
Il paradosso è che i fondi ci sono, ma la fiducia no. I bilanci regionali raccontano di miliardi investiti, ma nelle sale d’aspetto si sente solo il ticchettio dell’orologio. La Regione risponde con piani, algoritmi e promesse di trasparenza, ma nessun algoritmo può misurare l’angoscia di chi aspetta una diagnosi. C’è chi dice che il Veneto è ancora un’eccellenza. Forse sì, ma un’eccellenza affaticata. E forse è arrivato il momento di ricordare che gestire la sanità non significa solo amministrare fondi, ma prendersi cura delle persone.
Perché non basta spendere bene: bisogna spendere in modo giusto. E se la sanità è l’84% del bilancio regionale, allora dovrebbe essere anche l’84% delle nostre attenzioni. Finché non succederà, resteremo qui — in sala d’attesa — con il numerino in mano e una domanda sospesa: ma chi si prenderà cura di un Paese che non ha più il tempo di curarsi?



