Il paradosso delle Case di comunità

di Arrigo Abalti · Settembre 18, 2025

In Veneto si costruiscono strutture nuove di zecca, ma senza medici rischiano di restare cattedrali del vuoto

 

In Veneto le Case di comunità nascono come funghi dopo la pioggia. Finanziamenti del Pnrr, progetti in grande stile, inaugurazioni già pronte con tanto di fascia tricolore. Sulla carta dovrebbero rappresentare la rivoluzione della sanità territoriale: un presidio vicino al cittadino, per non intasare gli ospedali e rendere più umana la cura.

Peccato che manchi l’ingrediente principale: chi ci lavora dentro. La Regione ha programmato i muri, non le persone. Così ci ritroviamo con corridoi scintillanti ma senza camici bianchi, sale d’attesa senza medici da aspettare, spazi che rischiano di restare più vuoti di una domenica mattina ad agosto.

È il grande paradosso veneto: la locomotiva del Nordest che sa costruire ospedali ma dimentica i medici, che apre sportelli senza sportellisti, che parla di prossimità e poi lascia i cittadini lontani da tutto. La gente non chiede piastrelle nuove, chiede di non dover fare chilometri o mesi d’attesa per una visita.

E allora viene il sospetto che la vera funzione di queste Case non sia curare i malati, ma guarire la coscienza della politica: un’inaugurazione tira l’altra, un taglio di nastro come antidolorifico.

Ma senza personale, più che Case di comunità, sembrano Case della solitudine.

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