Sanità, il lusso che non possiamo più permetterci di ignorare

di Arrigo Abalti · Settembre 17, 2025

La Fondazione GIMBE ci descrive come il fanalino di coda dell’Europa

 

C’è un paradosso tutto italiano: siamo il Paese che ha inventato, nel 1978, uno dei sistemi sanitari pubblici più avanzati al mondo, universalistico e gratuito. Eppure oggi, nel 2024, ci ritroviamo ultimi tra i Paesi del G7 e quattordicesimi nell’Europa Ocse per spesa sanitaria pubblica pro capite. In fondo alla classifica, noi che ci siamo sempre vantati di avere un Servizio sanitario nazionale modello.

I numeri fotografati dalla Fondazione Gimbe sono impietosi: 6,3% del Pil contro il 7,1% della media Ocse, un divario di 43 miliardi con l’Europa che cresce anno dopo anno. È come se avessimo smesso di credere nella sanità come investimento collettivo, considerandola un costo da tagliare piuttosto che la più grande infrastruttura sociale ed economica del Paese.

Dal 2011 in poi, tutti i governi – di destra e di sinistra – hanno contribuito a questa spirale di definanziamento. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pronto soccorso al collasso, liste d’attesa infinite, medici che abbandonano gli ospedali e quasi sei milioni di italiani costretti a rinunciare a curarsi.

La diagnosi è nota: sottofinanziamento strutturale. La terapia, però, non può essere solo “più soldi”. Servono riforme profonde. Cartabellotta e Ricciardi hanno ragione: servono almeno 5 miliardi in più ogni anno per sei anni, ma accompagnati da un impegno politico stabile e bipartisan. Non promesse estemporanee, ma un patto scritto nero su bianco in legge di bilancio, al riparo dai cicli elettorali.

E poi occorre ripensare l’organizzazione. Come ricorda il sindacato dei medici, bisogna ridisegnare i percorsi di cura, ridare centralità alla medicina di base, ridurre gli accessi impropri in pronto soccorso. E soprattutto fermare l’emorragia di professionisti, valorizzando la loro competenza e garantendo condizioni di lavoro dignitose.

La sanità non è solo un diritto costituzionale. È la precondizione dello sviluppo economico e della coesione sociale. Continuare a trattarla come una variabile di bilancio significa minare le fondamenta del Paese. E allora la domanda vera non è più se possiamo permetterci di spendere di più per la sanità. Ma se possiamo permetterci di non farlo.

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