di Arrigo Abalti · Gennaio 6, 2026
La mensa universitaria apre, finalmente. Un provvisorio che rischia di diventare definitivo se gli Enti non si svegliano. Ma resta senza risposta la domanda più importante: che idea ha Vicenza del proprio futuro accademico?
C’è un titolo, nella stampa di oggi, che suona come una buona notizia: “Università, apre la mensa. Servirà 15 mila pasti annui”. È una di quelle frasi che, lette al volo, fanno annuire. Finalmente. Era ora. E infatti domani si apre. Ma subito dopo, se ci si ferma un attimo — giusto il tempo di girare il cucchiaino nella tazzina — arriva l’altra parola. Quella che non è nel titolo, ma sta tra le righe: provvisoria.
Provvisoria la sede. Provvisorio l’assetto. Provvisoria, soprattutto, l’idea che questa mensa sia un tassello di qualcosa di più grande. Perché a Vicenza il “provvisorio” non è una fase: è spesso una forma di stabilità non dichiarata. Si parte per tamponare e si finisce per abituarsi.
E allora la domanda non è se la mensa serva — serve eccome — ma se questa mensa sia un punto di arrivo o un parcheggio. Doveva essere, almeno nelle intenzioni iniziali dei soci fondatori — Comune di Vicenza, Provincia e Camera di Commercio — il tassello temporaneo in attesa di un progetto più strutturato: l’acquisto dell’area privata in viale Margherita, accanto alla sede di Economia. Un’idea concreta, discussa, annunciata. Poi più nulla. Silenzio amministrativo, che è una lingua molto parlata, ma raramente tradotta.
Perché nessuno ha spiegato che fine abbia fatto quel progetto? È saltato? È stato giudicato troppo ambizioso? O ha semplicemente cambiato strada senza avvisare chi resta sul marciapiede? Né i soci fondatori, né la Fondazione Studi Universitari hanno sentito il bisogno di dirlo. E quando un’idea sparisce senza spiegazioni, di solito non è l’idea a mancare: è il coraggio di sostenerla. O di ammettere che qualcuno ha cambiato idea – i rumors parlano di un’operazione immobiliare privata e alternativa per realizzare residenze universitarie al posto della mensa – .
Dentro questo quadro, però, una cosa va detta senza esitazioni. Questa mensa non nasce per caso. È il risultato di un lavoro lungo, faticoso, spesso solitario. Il merito va riconosciuto a Adamo Dalla Fontana, presidente della FSU, che ha portato a termine un obiettivo ereditato — non scelto — e lo ha fatto senza clamore, praticamente da solo, insieme al direttore generale Carlo Terrin. Un lavoro improbo, fatto di incastri amministrativi, conti che non tornano mai e responsabilità che qualcuno deve pur prendersi. In un tempo in cui i risultati si rivendicano in molti ma il peso lo portano in pochi, questo va detto senza timidezze.
Ma il punto vero resta ancora più a monte. Qual è la visione sulla presenza universitaria a Vicenza? È un capitolo strutturale dell’agenda cittadina o una voce buona per i programmi elettorali e le inaugurazioni con fascia tricolore? Perché oggi Vicenza ospita frammenti importanti di tre atenei veneti — Padova, Verona e Venezia — ma li tiene come isole, non come arcipelago. Presenze reali, ma senza una rotta comune.
E allora viene da chiedersi se non sia arrivato il momento di alzare l’asticella. Di pensare non solo a crescere, ma a distinguersi. Vicenza, città di Andrea Palladio, ha nel suo DNA il dialogo con il mondo. Perché non immaginare l’arrivo di un’eccellenza italiana vera, riconoscibile? O, ancora meglio, di una presenza straniera stabile. L’Universita Svizzera di Mendrisio, nella città del Palladio, non sarebbe una provocazione, ma una scelta coerente. Così come guardare alle grandi università inglesi o francesi, non per una firma su un protocollo, ma per un progetto che diventi eccellenza italiana e motore di sviluppo della città.
Per ora, invece, restiamo alla mensa. Che apre domani. Che serve 15 mila pasti l’anno. Che risolve un problema vero. E che è stata portata a casa da chi ha lavorato davvero. Ma che, da sola, non racconta un futuro.
Il caffè oggi si finisce così, con una sensazione familiare. Il piatto è servito. La visione, ancora, no.



