di Arrigo Abalti · Gennaio 5, 2026
Il Veneto come laboratorio di una diarchia politica silenziosa
Ci sono fasi politiche in cui il potere non si rompe, ma si sdoppia. Non per atto formale, non per crisi aperta, bensì per stratificazione: una leadership che governa e un’altra che continua a significare. Il Veneto di oggi è dentro esattamente questa dinamica. E leggerla come una semplice transizione sarebbe un errore, perché ciò che sta emergendo non è un vuoto di comando, ma una sovrapposizione di presidenze che racconta molto del presente – e forse del futuro – della Regione.
Da una parte c’è il presidente in carica, Alberto Stefani, impegnato nella costruzione della normalità di governo. Dall’altra c’è Luca Zaia, che ha lasciato Palazzo Balbi ma non ha mai abbandonato la scena. Il punto non è stabilire chi abbia più potere. Il punto è capire che tipo di potere stia esercitando ciascuno.
Stefani sta facendo ciò che un presidente appena insediato deve fare se vuole consolidarsi: mettere ordine, rassicurare i corpi intermedi, restituire l’immagine di una macchina che funziona. Aprire i dossier caldi e preparare le ricette per le soluzioni. Le interviste delle ultime settimane, sue e degli assessori, parlano una lingua sobria e istituzionale: bilancio da chiudere senza scossoni, pressione fiscale da tenere ferma, commercio da riorganizzare, welfare da riportare nei quartieri e nei Comuni. È la politica della gestione, della gradualità, della credibilità amministrativa. Ma anche della discontinuità tra la volontà di potenza e lo spirito di servizio.
In controluce, però, c’è una scelta più profonda: disinnescare l’eccezionalità. Dopo anni in cui il Veneto è stato raccontato come un’anomalia positiva – un modello, un laboratorio, quasi un brand politico – Stefani sembra voler riportare la Regione dentro una fisiologia di governo. Meno narrazione, più policy. Meno leadership carismatica, più collegialità. È una scommessa non banale, soprattutto in un territorio abituato a riconoscersi in un capo forte.
Poi c’è Zaia. E qui la partita cambia registro. Perché Zaia non si limita a commentare o a intervenire episodicamente: continua a presidiare il senso politico del Veneto. Lo fa quando entra nel carcere di Padova e si fa carico, simbolicamente, di un luogo che incarna tutte le contraddizioni dello Stato. Lo fa quando prende posizione sul caso Trentini, detenuto all’estero, portando una vicenda umana e internazionale dentro l’identità regionale. Lo fa, soprattutto, quando oggi firma un manifesto politico su un quotidiano nazionale, parlando di autonomia, di Nord, di Paese, come se il suo ruolo fosse rimasto intatto.
Qui sta il nodo. Zaia non governa più l’amministrazione, ma continua a governare il racconto. Decide quali temi diventano “veneti”, quali questioni meritano di essere elevate a simbolo, quali battaglie assumono un valore che travalica i confini regionali. È un potere meno visibile, ma più profondo. Ed è un potere che non chiede autorizzazioni.
Il risultato è un dualismo che non è ancora conflitto, ma è già concorrenza. Non sulle delibere, bensì sull’agenda. Stefani governa il presente, Zaia interpreta il destino. Uno costruisce politiche pubbliche, l’altro costruisce senso. Uno parla ai sindaci, alle categorie, agli apparati. L’altro parla a un’opinione pubblica che continua a vedere nel Veneto una storia politica autonoma, quasi una voce distinta nel coro nazionale.
Questa diarchia silenziosa produce un effetto preciso: due centri di gravità. E quando i media, anche inconsapevolmente, iniziano a trattare una Regione come se avesse due presidenze, il dato politico è già lì, prima ancora di ogni resa dei conti.
La domanda vera, allora, non è se Stefani e Zaia siano allineati. È chi decide il tema del giorno. Perché il potere, oggi, non sta solo nel firmare gli atti, ma nel definire ciò di cui vale la pena parlare. Se l’agenda resta nelle mani della giunta, la leadership istituzionale di Stefani è destinata a rafforzarsi. Se l’agenda continua a essere dettata dal racconto, Zaia resterà il baricentro reale del sistema veneto.
Il Veneto, oggi, è un laboratorio politico di questa ambiguità. Non una crisi, non una frattura, ma un passaggio incompiuto. Una Regione che sperimenta cosa accade quando governare e rappresentare non coincidono più nella stessa figura. E come spesso accade in politica, il vero scontro non è tra persone, ma tra funzioni.
Perché governare senza rappresentare è fragile. Rappresentare senza governare è potente. Tenere insieme le due cose è la vera sfida. Ed è su questo equilibrio instabile che si giocherà la prossima stagione veneta. Non nelle aule della giunta, ma in quello spazio invisibile – e decisivo – tra il Palazzo e l’immaginario collettivo.



