Il riccio alla prova dei fatti

di Arrigo Abalti · Gennaio 7, 2026

Sicurezza, zona rossa e realismo: a Vicenza il tempo delle volpi è finito, ora conta chi tiene la linea senza arretrare

C’è un frammento antico, attribuito a Archiloco, che da secoli continua a spiegare il presente meglio di molte analisi contemporanee: la volpe sa molte cose, il riccio una grande. Poche parole, ma una distinzione netta. Da una parte chi si adatta, aggira, media, cambia strategia. Dall’altra chi tiene il punto, difende un principio, non arretra.

Su quella intuizione minima ma potentissima Isaiah Berlin costruì un saggio diventato irrinunciabile, Il riccio e la volpe. Non per stabilire chi avesse ragione in assoluto, ma per spiegare che ogni azione umana — e politica — oscilla sempre tra queste due nature: la flessibilità della volpe e l’ostinazione del riccio.

A Vicenza, sul tema della sicurezza, il dibattito degli ultimi anni può essere letto esattamente così. Per molto tempo si è preferito essere volpi: aggiustare, rinviare, minimizzare, spiegare che il problema non era poi così grave, che serviva pazienza, che tutto si sarebbe ricomposto. Fino a quando la realtà — come spesso accade — ha bussato più forte della narrazione. Poi la Zona Rossa, che nasce da un’intuizione del capogruppo di FdI Nicolò Naclerio insieme all’allora consigliere regionale Joe Formaggio e i provvedimenti del sindaco Possamai di questi giorni sul Quadrilatero che, purtroppo, confermano che il problema c’è eccome.

In questo quadro, il lavoro portato avanti da anni dal consigliere comunale di Fratelli d’Italia in questi anni somiglia molto di più al passo corto e deciso del riccio. Una sola idea, ripetuta con ostinazione: la sicurezza non è un tema laterale, non è un fastidio ideologico, non è una variabile dipendente dal consenso del momento. È una condizione preliminare della convivenza civile.

Le ordinanze del sindaco sulle cosiddette “zone rosse”, nel Quadrilatero e in Corso San Felice, arrivano infatti dopo mesi — anzi anni — di segnalazioni, di battaglie dei comitati di quartiere, di denunce politiche rimaste a lungo sottovalutate. Non sono solo un atto amministrativo: sono la certificazione tardiva di un problema che c’era già, ma che si è deciso di riconoscere solo quando è diventato mediaticamente rumoroso e politicamente costoso ignorarlo.

Naclerio lo dice senza giri di parole: non è una vittoria di partito, ma una vittoria di realismo e buonsenso. E soprattutto è la dimostrazione che la sicurezza, per lui e Fratelli d’Italia, non è uno slogan elettorale ma una “stella polare”. Un’espressione non casuale, perché indica la direzione, non l’occasione.

Il punto interessante, però, arriva dopo. Perché il riccio non si accontenta di aver avuto ragione una volta. Sa che il vero esame inizia adesso. Mettere un freno a certe “cattive abitudini” di alcuni esercizi è solo il primo passo. Il nodo vero — quello culturale — è far passare un’idea sempre più impopolare ma essenziale: in una società non esistono solo diritti, esistono anche doveri. E senza doveri condivisi, la convivenza diventa una somma di pretese incompatibili.

È qui che si misurerà la continuità dell’azione amministrativa. Perché essere volpi è facile quando il problema è sotto traccia. Essere ricci è più faticoso, soprattutto quando bisogna spiegare che la libertà non coincide con l’assenza di regole, e che il decoro, la sicurezza, la legalità non sono concetti reazionari, ma prerequisiti della vita comune.

Archiloco, con il suo frammento, non suggeriva quale animale scegliere. Berlin nemmeno. Ma la storia — e spesso anche la cronaca — mostrano che nei momenti decisivi non serve sapere molte cose. Serve sapere quella giusta. E avere il coraggio di difenderla, anche quando non conviene.

A Vicenza, sulla sicurezza, qualcuno ha scelto da tempo di essere riccio. Ora resta da capire se anche chi governa deciderà di smettere di fare la volpe.

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