Il superbollo è superato (ma non ancora cancellato)

di Redazione · Luglio 16, 2025

L’onorevole Caretta (FdI) lo vuole cancellare. È forse ci riesce 

C’è un’Italia che marcia con la frizione tirata, e un’altra che vorrebbe finalmente cambiare marcia. Nel mezzo, ci sono le auto di lusso e quella tassa balzana che risponde al nome di superbollo, una di quelle trovate fiscali che sembrano uscite da un manuale di economia sovietica degli anni Settanta.

L’onorevole Maria Cristina Caretta di Fratelli d’Italia ha avuto il merito di mettere nero su bianco quello che molti pensavano ma nessuno osava dire in Parlamento. Il suo ordine del giorno al DDL Fiscale per “superare la logica del superbollo” ha fatto centro: il Governo lo ha approvato, il che significa che tutti sono d’accordo sul principio. Il superbollo è “obsoleto ed insensato”, come dice la Caretta con quella chiarezza che in politica spesso manca. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.

Ma c’è un piccolo dettaglio che l’onorevole Caretta non nasconde: “Adesso occorre trovare le giuste coperture per cancellare questo anacronismo”. Ecco, qui casca l’asino. Perché una cosa è dire che il superbollo è una sciocchezza, altra cosa è trovare i soldi per eliminarlo. E siccome di soldi, come sempre, ce ne sono pochi, il superbollo continua a esistere, come un fossile fiscale che nessuno ha il coraggio di mettere definitivamente in soffitta.

La deputata vicentina di FdI ha colto nel segno quando spiega che questa tassa “ha rappresentato un ostacolo allo sviluppo del settore automotive, senza peraltro garantire gettito allo Stato e anzi, riducendo le entrate a livello di IVA”. È una lettura economica di buon senso: se uno non compra una macchina potente perché deve pagare il superbollo, lo Stato ci rimette anche sull’IVA della macchina non venduta. La Caretta ha saputo leggere il paradosso delle tasse punitive, che spesso finiscono per punire soprattutto chi le ha inventate.

Il ragionamento non fa una grinza. Il superbollo, introdotto nel 2011 dal governo Monti per far cassa in tempi di vacche magre, colpisce le auto con potenza superiore ai 185 kW (circa 252 cavalli) con un’aliquota di 20 euro per ogni kW eccedente. L’idea era quella di far pagare di più chi si poteva permettere auto di lusso. Il risultato, a distanza di oltre un decennio, è che molti italiani hanno semplicemente smesso di comprare certe auto, preferendo acquistarle all’estero o rinunciandovi del tutto.

Così, mentre l’industria automobilistica italiana arranca – e qui la Caretta dimostra di avere chiaro il quadro d’insieme quando sottolinea che si tratta di “un’industria che genera posti di lavoro e ricchezza per decine di migliaia di famiglie italiane” – il fisco italiano continua a sparare sui propri piedi con una tassa che scoraggia i consumi invece di incentivare la produzione. L’onorevole ha avuto il merito di collegare una questione fiscale apparentemente minore a una visione più ampia dello sviluppo economico.

Il problema, naturalmente, è sempre lo stesso: come si fa a rinunciare a un’entrata fiscale, anche se modesta, quando il bilancio pubblico è quello che è? L’ordine del giorno approvato dal Governo grazie alla proposta della Caretta è un primo passo concreto, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare delle coperture finanziarie. E lì, come sempre, la politica dovrà decidere se vuole davvero cambiare passo o se preferisce continuare a navigare a vista. Almeno ora, grazie all’iniziativa della deputata di FdI, il tema è sul tavolo e c’è un impegno formale del Governo.

Nel frattempo, il superbollo resta lì, come un monumento alla creatività fiscale italiana: inutile, costoso da gestire, dannoso per l’economia, ma ancora in vigore. Perché in fondo, quando si tratta di tasse, in Italia si sa come metterle, ma non si sa mai bene come toglierle.

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