di Arrigo Abalti · Settembre 1, 2025
Maschi performativi e giovani leader: dalle mode social alla campagna elettorale regionale, la recita è diventata il nuovo linguaggio della politica
Si comincia con un libro di Sally Rooney al tavolino, si finisce con un selfie davanti al Palazzo. Tutto, purché sia fotogenico.
C’era una volta l’uomo vero. Poi è arrivato quello tossico. Adesso abbiamo il maschio performativo: baffo sottile, tote bag, vinili rari, dichiarazioni femministe recitate come battute di un copione. Non vive, recita. Non pensa, posa.
David Foster Wallace trent’anni fa aveva sognato l’opposto: sincerità al posto dell’ironia, autenticità al posto delle faccine. E invece eccoci qui: in un’epoca in cui anche la disperazione per i dolori mestruali è diventata un argomento da competizione virale. Il maschio performativo, il grado evolutivo successivo a quello tossico, non vuole cambiare, vuole piacere. E per piacere non gli serve la sostanza, ma la sceneggiatura.
E la politica, soprattutto in campagna elettorale, non fa eccezione. I nuovi trenta/quarantenni che si presentano per le Regionali sembrano versioni istituzionali del maschio performativo: giacca slim, occhiali sottili, Instagram come pulpito. Se li ascolti nei loro monologhi social, recitano l’alfabeto dei luoghi comuni, delle ovvietà, dei modi di dire più vuoti di sempre. Pose da De Gasperi, contenuti da sagra di paese.
Così, alle prossime elezioni, rischiamo di votare non programmi ma profili, non progetti ma immagini patinate. Wallace aveva previsto gli uomini sinceri come antidoto al dominio dell’ironia.
Non sono mai arrivati.
E intanto, tra una diretta su TikTok e un video su Instagram, la politica regionale si riduce a un grande casting: non servono più attori veri, bastano le controfigure.
E allora occhio al palcoscenico: alle urne non votate la posa, votate la sostanza. Perché la differenza tra un leader e un figurante si vede solo quando le luci del set si spengono.



