di Redazione · Ottobre 18, 2025
C’è un’Italia che ogni giorno cerca di curarsi. E poi c’è un’Italia che, ogni giorno, cerca i soldi per curarla
Succede in Veneto, dove la sanità privata accreditata ha finito il budget. Tradotto: chi aveva un intervento programmato in convenzione dovrà tornare nel pubblico, rifare le visite, rifare gli esami, rifare la fila. Come nei film comici degli anni Ottanta, quando l’impiegato tornava allo sportello solo per sentirsi dire che mancava il timbro.
Il candidato Carlo Cunegato, di AVS, denuncia che le strutture convenzionate non possono più operare: i fondi sono esauriti, l’ULSS è coinvolta, i pazienti bloccati. E la parte kafkiana è che tutto questo accade proprio mentre il Governo stanzia nuovi fondi per la sanità e aumenta il tetto di spesa per gli acquisti dal privato accreditato (246 milioni di euro in Finanziaria 2026), con l’obiettivo dichiarato di ridurre le liste d’attesa.
Sembra uno scherzo del destino: a Roma aprono il rubinetto, a Venezia si chiude il tubo.
C’è una parola che la politica ama pronunciare ma fatica a praticare: programmazione. Non significa promettere soldi, ma spenderli bene e in tempo. Perché se una Regione finisce i fondi a ottobre, qualcuno non ha calcolato che l’anno dura dodici mesi. E allora eccoci qui: cittadini che aspettano un intervento, medici che non possono operarli, strutture che devono fermarsi perché “il budget è finito”. Come se la salute avesse un limite di spesa, come se un’anca rotta o un tumore potessero essere rimandati al prossimo esercizio finanziario.
La verità è che la sanità vive di paradossi sincronizzati. Lo Stato aumenta i fondi, le Regioni li amministrano in modo molto discrezionale. Si invoca il privato per smaltire le liste, poi lo si blocca con i tetti di spesa. Si parla di diritto alla cura, ma si risponde con una fattura. Due Italie, lo Stato e le Regioni, uno aumenta i fondi e l’altro che li gestisce un po’ come vuole.
Eppure, basterebbe poco: coordinare, programmare, pensare per tempo. Perché la sanità non è un algoritmo da bilancio, ma un luogo di fiducia tra chi cura e chi si affida.
E la fiducia, a differenza dei fondi, non dovrebbe mai esaurirsi.




