di Arrigo Abalti · Giugno 6, 2026
«Siamo bloccati, arrabbiati.» Lo ha detto Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, dal palco di Rapallo, e ha pronunciato la parola dell’anno: panchina. I suoi under 40 non vogliono più restarci seduti, vogliono entrare in campo. «Così non va, servono riforme», ha scandito, chiedendo al Paese meno Irpef per cinque anni e mille euro in più al mese per chi comincia a lavorare.
Sottoscrivo ogni virgola. Un Paese che paga i suoi ventenni con la mancia e poi si stupisce se prendono il volo per Berlino merita esattamente le valigie che gli restano in mano. Il problema non è quello che dice Anghileri. È il luogo da cui lo dice.
Perché Confindustria è tante cose nobili e un tenero paradosso vivente. È l’organizzazione che celebra la concorrenza e pratica la cooptazione; che esalta il merito e poi distribuisce le cariche per consultazione tra saggi, in stanze dove l’aria circola pochissimo. Anghileri lamenta, giustamente, che l’Italia è ferma perché non cresce: ma è alla guida della categoria in cui il ricambio funziona come un ascensore d’epoca, bellissimo e fermo da decenni.
E poi c’è il dettaglio più delizioso. Molti dei suoi “giovani” sono giovani all’anagrafe, non nel curriculum. In azienda non sono entrati superando un concorso: ci sono nati. La panchina vera — quella di chi spedisce duecento curriculum e non riceve risposta — non l’hanno mai vista da vicino, perché erano titolari del cartellino fin dal battesimo e la loro panchina, quando c’è, è rivestita di cachemire. Invocare la fine delle rendite di posizione mentre si occupa, comodamente, la propria, in Italia ha un nome preciso: si chiama coraggio degli altri.
Allora, presidente, una proposta. Prima di chiedere allo Stato di mandare in campo i ragazzi, diano l’esempio in casa Confindustria: primarie vere ai vertici, poltrone a tempo, assunzioni per merito e non per cognome o blasone. E quei famosi mille euro in più inizino a metterli loro, nelle buste paga dei propri dipendenti under 35, senza aspettare che li tiri fuori il contribuente.
Perché chiedere mille euro in più per i giovani è bellissimo. Pagarli sarebbe rivoluzionario.
E il gesto più audace che un’assemblea di padroni possa compiere non è invocare il ricambio generazionale del Paese. È alzarsi dalla sedia e lasciarla a chi sta in panchina. Cominciando, per una volta, dalla propria.



