di Redazione · Aprile 11, 2026
Esiste un genere letterario politico italiano che potremmo chiamare «il no ben argomentato». Si riconosce subito: molte citazioni della Corte Costituzionale, molti numeri sul divario Nord-Sud, molte domande retoriche sull’uguaglianza. Quasi nessuna proposta alternativa. Quasi nessuna assunzione di responsabilità su quello che è stato fatto — o non fatto — nei decenni precedenti.
I documenti di Roberto Fico e Antonio Decaro appartengono a questo genere. Sono scritti bene. Sono tecnicamente seri. E costruiscono, mattone dopo mattone, un argomento che ha un solo scopo: fermare un processo che la Costituzione prevede, che i veneti hanno votato con il 98% nel 2017, e che Venezia e Roma stanno portando avanti dopo quasi trent’anni di attesa.
Il LEP come alibi.
Il cuore dell’obiezione meridionale è il seguente: non si può fare autonomia differenziata senza aver prima definito i Livelli Essenziali delle Prestazioni. È un argomento costituzionalmente fondato. È anche un argomento che rischia di diventare una trappola permanente.
I LEP non si definiscono da soli. Richiedono una decisione politica, una metodologia, un finanziamento. Se la condizione per fare l’autonomia è attendere che i LEP siano definiti, e se la definizione dei LEP dipende da una volontà politica che sistematicamente non arriva, allora il LEP non è una garanzia costituzionale: è un veto mascherato da tecnica.
Il Veneto sa bene cosa significa aspettare. Ha aspettato il 2001 per la riforma del Titolo V. Ha aspettato il 2017 per il referendum. Ha aspettato la legge Calderoli del 2024. Ha aspettato le pre-intese del 2026. Ogni volta c’era un ostacolo nuovo, un requisito aggiuntivo, un passaggio preliminare da completare prima. A questo ritmo, l’autonomia differenziata arriverà quando non servirà più a nessuno.
I LEA che nessuno ha aggiornato.
C’è un’ironia dolorosa nelle obiezioni di Campania e Puglia che vale la pena sottolineare. Entrambe le regioni contestano che i LEA del 2017 siano stati equiparati ai LEP. Entrambe ricordano che la Corte Costituzionale ha definito il loro aggiornamento «ormai divenuto indifferibile».
Giusto. Ma chi non li ha aggiornati? Il sistema politico nazionale, quello stesso che oggi chiede al Veneto di aspettare ancora. I LEA sono stati definiti nel 2017 e sono rimasti fermi — parzialmente obsoleti, come ammettono le stesse sentenze citate da Decaro — per quasi un decennio. Adesso quella stasi diventa un argomento contro l’autonomia.
Il Veneto rispetta i LEA. Li supera, in molti casi. La valutazione del Nuovo Sistema di Garanzia del Ministero della Salute lo colloca stabilmente oltre i 280 punti su 300. Non ha aspettato che il governo nazionale gli dicesse come fare la sanità: lo ha imparato sul campo, con investimenti, con organizzazione, con una tradizione di governo locale che ha radici profonde.
Chiedere al Veneto di rinunciare all’autonomia sanitaria perché altrove i LEA non vengono rispettati è come chiedere allo studente migliore della classe di restare al proprio posto finché l’ultimo non ha capito la lezione. Non è solidarietà. È livellamento verso il basso.
Il tariffario e le condizioni che si spostano.
Il documento pugliese solleva una questione tecnica genuina: il nuovo tariffario sanitario nazionale è stato parzialmente annullato dal TAR Lazio nel 2025. Senza tariffario valido, i costi standard non si calcolano. Senza costi standard, i LEP non si definiscono. La catena si interrompe.
È un problema reale. Ma è un problema che riguarda il governo nazionale, non il Veneto. È Roma che deve rifare il tariffario, non Venezia che deve rinunciare all’autonomia. Trasformare una disfunzione amministrativa del Ministero della Salute in un ostacolo alla devoluzione regionale significa attribuire al Veneto la responsabilità di un errore che non ha commesso.
L’autonomia differenziata non richiede un tariffario perfetto come precondizione assoluta. Richiede — come dice la Corte — che le funzioni devolute non pregiudichino i diritti fondamentali. Il Veneto può gestire le proprie competenze sanitarie garantendo al contempo standard più alti, non più bassi, di quelli nazionali. Lo ha già dimostrato.
Il divario Nord-Sud: causa o effetto?
Fico e Decaro citano l’aspettativa di vita: 81,4 anni in Campania, 84,3 in Trentino-Alto Adige. Quasi tre anni di differenza. Il dato è reale. L’interpretazione è parziale.
Quel divario non nasce con l’autonomia differenziata. Esiste da decenni, in un sistema sanitario nazionale centralizzato, con un riparto del Fondo sanitario che viene deciso a Roma, con LEA che vengono definiti a Roma, con politiche sanitarie che vengono indirizzate da Roma. Se il centralismo avesse funzionato, quel divario non esisterebbe. Esiste perché il modello attuale non ha saputo colmarlo.
L’autonomia differenziata non produce quel divario. Al massimo lo rende più visibile — e questo è un merito, non un difetto. Un sistema che finalmente misura cosa produce ogni regione con le risorse che riceve è un sistema più trasparente, più responsabile, più correggibile di uno in cui tutto si confonde in un unico calderone nazionale dove nessuno risponde di niente.
La perequazione: sì, ma non come alibi.
Su un punto le obiezioni meridionali hanno sostanza: il fondo perequativo previsto dall’articolo 119 della Costituzione non è ancora operativo. E senza perequazione, le diseguaglianze di capacità fiscale tra regioni rischiano di tradursi in diseguaglianze nei servizi.
Il Veneto non si oppone alla perequazione. Si oppone a usarla come conditio sine qua non per bloccare l’autonomia. La perequazione e l’autonomia possono — devono — procedere in parallelo. Non in sequenza con la perequazione che precede e blocca tutto il resto.
Decaro scrive che senza perequazione si rischia di creare «cittadini di serie A e di serie B». È una formula efficace. Ma esistono già oggi, in un sistema centralizzato che non ha saputo garantire uguaglianza. La risposta non è conservare il sistema che ha prodotto quella diseguaglianza. È riformarlo — con l’autonomia che responsabilizza chi governa, con la perequazione che garantisce i diritti di chi ha meno.
Il punto
Fico e Decaro hanno costruito un argomento solido per dire no. Ma dire no non è governare. Governare è trovare le condizioni per fare meglio quello che già si fa male.
Il Veneto ha dimostrato in trent’anni che la sanità si può organizzare meglio quando chi decide è vicino a chi viene curato. Non è ideologia: è esperienza verificata, misurata, replicabile. L’autonomia differenziata non è un privilegio che il Veneto chiede. È uno strumento che il Veneto vuole usare — nell’interesse dei veneti, ma anche come modello per dimostrare che si può fare.
Il Sud ha bisogno di più risorse, di più perequazione, di più investimenti. Ha ragione. Ma ha anche bisogno di più autonomia — non meno. Di più responsabilità — non meno. Di governi regionali che rispondano ai propri cittadini di quello che fanno con i soldi pubblici — non di un sistema in cui Roma decide tutto e nessuno risponde di niente.
L’autonomia che cura i sani non esiste. Esiste l’autonomia che premia chi governa bene e responsabilizza chi governa male. È quella che il Veneto chiede. È quella che l’Italia ha bisogno di sperimentare.




