Ri-Fondazione per gli Studi Universitari di Vicenza_pt Two

di Arrigo Abalti · Aprile 10, 2026

Le voci – e le reazioni – dal palazzo e lo statuto che cambia

 

Capita, in ogni partita di potere, che chi stava a guardare capisce che il gioco è già fatto. È il momento in cui arrivano le lettere.
Non le delibere, non le mozioni. Le lettere. Quelle scritte su carta intestata del Parlamento Europeo, datate Bruxelles come a ricordare che chi firma è lontano ma non distratto. Quelle che iniziano con “vi scrivo con cognizione di causa” e che, tradotte dal diplomatico, significano: ho capito cosa state facendo, e voglio che sappiate che ho capito.
Elena Donazzan, europarlamentare di Fratelli d’Italia, ha inviato la sua al Consiglio di Amministrazione della Fondazione Studi Universitari di Vicenza il 9 aprile – ieri -. Il giorno dopo è arrivato il comunicato stampa. La lettera privata diventata pubblica: la mossa classica di chi vuole pesare senza esporsi del tutto. Ma stavolta il peso è considerevole.
Il tono è quello della zia di famiglia che richiama alla ragione i nipoti scapestrati. Diciannove anni assessore regionale all’Università, la presidenza del Coordinamento dei Rettori, “la peculiarità intrinseca alla sua costituzione e al suo sviluppo”: Donazzan definisce la propria autorevolezza prima ancora di avanzare un argomento. Il messaggio, spogliato degli elogi alla Fondazione — i 4.878 immatricolati, le mense da 26mila metri quadrati, le 500 aziende al Desk impresa, tutti numeri veri e tutti convocati come scudo — è uno solo: chi vi ha dato il diritto di ritoccare quello che funziona?

Francesco Rucco arriva oggi con meno garbo e più precisione chirurgica. Vicepresidente del Consiglio regionale, ex sindaco di Vicenza, consigliere comunale a Palazzo Trissino: conosce quella stanza da dentro, sa dove sono le sedie e chi le occupa. Non scrive lettere. Rilascia dichiarazioni. La differenza non è stilistica: è politica.
Dove Donazzan allude, Rucco nomina. “Eliminazione del CdA allargato e del comitato esecutivo”: lo dice esplicitamente, mette le parole sul tavolo come carte scoperte. Poi aggiunge il colpo più preciso: “Movimenti sotterranei volti a escludere alcuni soggetti per valorizzare centri di potere che rispondono esclusivamente a chi amministra pro tempore la città.”
Pro tempore. Parole scelte con cura. Rucco era sindaco. Ora non lo è più. Sa cosa significa governare con la consapevolezza che il mandato scade, e sa cosa significa — da fuori — guardare chi usa quel mandato per riscrivere le regole prima che scada.
Il riferimento è al sindaco Possamai, anche se il suo nome non compare. A Vicenza, come ovunque, le cose importanti si dicono nominando qualcos’altro.

Ma è a questo punto che la partita si complica. E rivela la sua vera natura.
La Fondazione ha tre soci fondatori, ciascuno con il 33% delle quote: Comune, Provincia e Camera di Commercio. Giacomo Possamai, Andrea Nardin, Giorgio Xoccato. Tre pesi uguali. Tre silenzi, per ora, altrettanto uguali. Nessuno dei tre si è ancora espresso pubblicamente sulla riforma dello statuto. Non una parola, non una sillaba.
In politica, il silenzio non è mai neutro. È una posizione.

I rumors, però, raccontano una storia precisa su almeno uno di loro. Andrea Nardin, presidente della Provincia, Fratelli d’Italia, avrebbe dato la propria disponibilità ad andare avanti con la riforma: il Cda ristretto, la governance smart, lo snellimento. Un impegno preso, si dice, prima che Donazzan scrivesse la sua lettera da Bruxelles e prima che Rucco rilasciasse le sue dichiarazioni. Prima, cioè, che il loro partito si esprimesse — e si esprimesse nel senso opposto.
Ora Nardin si trova in una posizione scomoda. Non la prima in politica, certamente non l’ultima. Ma scomoda. Perché Donazzan e Rucco non sono due militanti qualunque: nel perimetro di FdI hanno un peso specifico che il presidente della Provincia vicentina — per quanto rispettato — non può ignorare. Fare due passi indietro significherebbe ammettere che si era mosso senza copertura. Non farlo significherebbe tenere la posizione contro il proprio partito.
Tra questi due scomodi, c’è ancora qualche ora per scegliere.

Possamai, nel frattempo, guarda. O almeno così appare. Il sindaco di centrosinistra osserva le schermaglie dall’alto della sua neutralità ufficiale, non parteggia per nessuno, non si espone. È la postura del giocatore che aspetta che gli altri consumino le proprie mosse prima di calare la propria.
Ma anche lui ha un problema. Anzi, due.
Il primo è che la strategia di riforma — quella del Cda ristretto, dei nuovi equilibri, dell’avvicendamento alla presidenza — è diventata pubblica mentre veniva ancora allestita. Non dopo, mentre veniva presentata. Prima. Nel mezzo. Come se qualcuno avesse sollevato il sipario nel momento sbagliato, quando gli scenografi erano ancora sul palco. Chi era nella stanza e chi non c’era lo sa. E chi non c’era — e non vi aveva partecipato neanche indirettamente — ha reagito di conseguenza.

Il secondo problema ha un nome e un cognome: Adamo Dalla Fontana.
Il presidente uscente della Fondazione, confindustriale di lungo corso, uomo che quella realtà l’ha accompagnata negli ultimi anni (suo il merito di aver realizzato la mensa dopo decenni di rinvii), sembra fosse all’oscuro della logica di avvicendamento che lo riguardava in prima persona. La notizia che qualcuno stesse già ragionando sulla sua successione — e ragionando in modo organizzato, con nomi e scenari — lo ha colto, a quanto si racconta, di sorpresa. Una sorpresa poco gradita.
Ora c’è chi si muove per lasciarlo al suo posto. Non per convinzione necessariamente, ma perché il modo in cui la cosa è emersa ha reso qualsiasi alternativa politicamente costosa.

E qui si innesta il nodo più intricato. Perché Otello Dalla Rosa — il nome indicato come candidato di Possamai, l’uomo che il sindaco ha inserito nel Cda pochi mesi fa — non è esattamente ciò che sembra.
Sì, è nell’area del centrosinistra. Ma è anche lui un confindustriale. Ed è percepito, in certi ambienti, come molto vicino a Barbara Beltrame Giacomello, presidente di Confindustria Vicenza. Il che rende la sua candidatura una di quelle figure di sintesi che in apparenza accontentano tutti e in realtà non accontentano nessuno del tutto: troppo vicino al mondo industriale per essere il candidato del sindaco di sinistra, troppo vicino al sindaco di sinistra per essere il candidato naturale di Confindustria.
A complicare ulteriormente la lettura, c’è un dettaglio biografico che a Vicenza nessuno ha dimenticato: nel 2018, Dalla Rosa era il candidato sindaco del centrosinistra. Perse al primo turno. Contro Francesco Rucco. Quello stesso Rucco che oggi lo vede — o potrebbe vederlo — come il volto di una strategia che intende smontare.
La storia, a Vicenza, ha la memoria lunga e il senso dell’ironia cortissimo.

Ma anche Pippo Zigliotto ha i suoi problemi, perchè sembra che stiano arrivando pesanti veti incrociati anche su di lui da ambienti diversi. E anche su questo torneremo.

Resta la domanda che nessuno ancora formula in pubblico: di cosa è davvero la posta in gioco?
Non di efficienza, questo è certo. Le fondazioni non si riformano per snellire i processi decisionali: si riformano per spostare il baricentro del potere. Il Cda ristretto non serve a far funzionare meglio le cose — serve a far contare di più chi è dentro e di meno chi resta fuori.
Ma il paradosso di questa vicenda è che il potere in palio — la presidenza di una fondazione universitaria in una città di provincia, per quanto meritoria e ben gestita — non giustifica la quantità di energie politiche che si stanno consumando attorno. Un europarlamentare che scrive da Bruxelles, un vicepresidente del Consiglio regionale che tuona sui giornali, un presidente di provincia che si trova incastrato tra un impegno preso e il proprio partito, un sindaco che fa finta di non guardare mentre guarda, un presidente uscente che scopre dai giornali che qualcuno stava già pensando al suo successore.
Tutto questo per cosa?
La risposta, forse, non è nella Fondazione. È nel fatto che a Vicenza — come in ogni città che ha attraversato stagioni difficili e cerca di ritrovare un baricentro — ogni tavolo conta. Ogni poltrona è un presidio. Ogni riforma è un segnale su chi comanda e chi no.

La Fondazione Studi Universitari non vale per quello che è, che pure è molto. Vale per quello che rappresenta: la prova generale di chi avrà voce in capitolo nei prossimi anni.
E in questa prova generale, per ora, nessuno ha ancora recitato la parte fino in fondo. I tre soci fondatori tacciono. Il presidente uscente è vivo e vegeto. I nomi per la successione sono ancora lì, sospesi.
Il copione era stato scritto. Qualcuno ha avuto la cattiva idea di leggerlo ad alta voce troppo presto. Adesso bisogna riscriverlo. E questa volta, con più testimoni in sala.​​​​​​​​​​​​​​​​

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