Rifondazione per lo Sviluppo Universitario

di Arrigo Abalti · Aprile 9, 2026

Governance, nomine e retroscena nella Fondazione Studi Universitari di Vicenza

 

Le riforme degli statuti non nascono per caso. Nascono quando qualcuno ha già fatto i conti, ha già scelto, e ha bisogno che il processo formale arrivi dove lui è arrivato per primo. Tutto il resto — le assemblee, le consultazioni, i comunicati stampa sull’efficienza — è la sceneggiatura che si scrive dopo, per dare al finale l’aria di una sorpresa.
La Fondazione Studi Universitari di Vicenza sta per cambiare pelle. Via il Consiglio d’amministrazione allargato, via il comitato esecutivo, dentro un Cda ristretto con un presidente che pesi. Trent’anni di equilibri, di mediazioni, di tavoli dove tutti siedono e nessuno decide troppo — liquidati in nome dello snellimento. L’argomento ufficiale è l’efficienza. Quello reale è la posta in gioco.
I nomi per la presidenza che circolano sono due. E già questo è strano. Nelle città dove il potere funziona davvero, il nome di solito è uno solo. Circola sottovoce. Quando viene annunciato, tutti fingono sorpresa.
Il primo è Giuseppe Zigliotto — Pippo, per gli amici del sistema, e gli amici del sistema a Vicenza non mancano. Ex presidente di Confindustria, già vicepresidente con delega all’Education, uomo dell’Aquilotto di piazza Castello che non ha mai smesso di esserlo. Conosce la grammatica del potere industriale: sa che le decisioni si prendono nei corridoi e che le riunioni servono a ratificarle. Ha attraversato il crac della Popolare di Vicenza uscendone con due assoluzioni e quella particolare forma di autorevolezza che si conquista solo sopravvivendo alle cose che avrebbero potuto affondarti.
Il secondo è Otello Dalla Rosa. Cinquantotto anni, nominato dal sindaco Giacomo Possamai nel Cda della Fondazione pochi mesi fa in sostituzione di un’avvocata dimissionaria. Una mossa recente, un segnale preciso: Palazzo Trissino ha piazzato un suo uomo dentro la stanza. Ora quella presenza potrebbe diventare presidenza.
Due nomi, due visioni, una domanda sola: chi deve contare?
Ma prima di rispondere, varrebbe la pena chiedersi come ci si è arrivati. Perché Confindustria rivendica quella poltrona non perchè ne abbia diritto, ma per abitudine. E l’abitudine, in politica, è la forma più sottile di conquista. Da anni i soci fondatori (33% ciascuno, insieme fanno ampiamente la maggioranza, che quindi è assolutamente politica) Comune e Provincia — affaticati da quella sindrome tutta italiana che consiste nel delegare agli altri ciò che appartiene a tutti — hanno lasciato – pensando che ne avrebbero ricevuto gratitudine e attenzione – che l’Aquilotto si accomodasse a capotavola. Una concessione diventata consuetudine. Una consuetudine diventata pretesa. Senza che nessuno, nel frattempo, si prendesse la briga di obiettare.
Proviamo a ribaltare il ragionamento. Immaginate che il Comune o la Provincia ottenessero un seggio nel consiglio d’amministrazione di Athesis o di Videomedia, i media in cui Confindustria Vicenza è azionista di riferimento. Difficile da immaginare, vero? Eppure, se accadesse, basterebbe qualche anno perché quell’eccezione diventi consuetudine, e la consuetudine diritto. Il sindaco e il presidente di provincia del futuro si troverebbero a difendere una poltrona che i loro predecessori avevano semplicemente accettato in regalo, e nessuno ricorderebbe più che regalo era.
È esattamente questo che è successo alla Fondazione Studi Universitari. Solo nel senso opposto.
La riforma dello statuto è il ring. Il presidente è il titolo in palio. E il Cda ristretto arriverà — su questo non ci sono dubbi.
La domanda è un’altra, quella che nessuno ha ancora il coraggio di fare in pubblico: in quale stanza, davanti a quale caffè, qualcuno ha già convinto qualcun altro? E quando arriverà il voto, quanti lo sapranno già? In altre parole, se si andrà di consuetudine, ossia di quel regalo diventato diritto nel tempo, toccherà a Pippo Zigliotto, viceversa se prevarrà il disegno della politica, arriverà Otello Dalla Rosa. Si accettano scommesse ma noi abbiamo già registrato il finale, scontato, nella città del Gattopardo.

 

Il potere a Vicenza funziona come ovunque. Solo con più garbo. E con una memoria selettiva straordinaria: ricorda i diritti acquisiti, dimentica che erano concessioni.

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