di Redazione · Novembre 21, 2024
Gentile Direttore,
a ridosso della data del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, è necessario soffermarsi su una realtà che inquieta profondamente: la violenza di genere nel mondo sportivo. Una questione che, seppur celata sotto l’apparente neutralità dello sport, continua a rivelare numeri impressionanti e meccanismi che ostacolano una reale parità di genere. Nonostante lo sport femminile sia spesso percepito come un ambiente inclusivo e aperto, le statistiche mostrano un quadro allarmante, con una diffusione della violenza che varia dal 26% al 75%, a seconda delle discipline e dei contesti.
I tipi di violenza sono molteplici: fisica, psicologica, economica e sessuale. Le figure maggiormente coinvolte sono gli allenatori, seguiti da atleti maschi e, in alcuni casi, dai tifosi. Ancora più sconcertante è il fatto che questi comportamenti siano spesso accettati come ‘normali’ o addirittura inevitabili. In molti casi, le Federazioni si dichiarano impotenti di fronte a tali situazioni o, peggio, scelgono di ignorarle, coprendo gli episodi più gravi.
Due aspetti fondamentali emergono da questa analisi. Primo, la mancanza di codici di condotta chiari, che definiscano comportamenti etici e conseguenze per chi li viola. Secondo, la scarsa attenzione alle misure di sicurezza e alla privacy delle atlete, lasciate spesso in balia di dinamiche abusive. Molte di loro, incapaci di trovare sostegno, si vedono costrette ad abbandonare la pratica sportiva. Questo è inaccettabile.
Il ruolo dell’allenatore, che dovrebbe essere figura di guida e protezione, si trasforma talvolta in un simbolo di controllo e potere. Studi e ricerche evidenziano che il contesto sportivo, spesso assimilato a quello familiare, alimenta questa dinamica. L’allenatore diventa quasi un “padre” per l’atleta, ma questo potere relazionale viene talvolta distorto, contribuendo a situazioni di abuso fisico e psicologico.
La percezione della donna come ‘invasore’ di un campo tradizionalmente maschile, specialmente in sport non convenzionali come il judo o la boxe, crea un terreno fertile per l’ostilità e la discriminazione. È una dinamica che rivela quanto sia ancora lungo il cammino verso una società sportiva realmente inclusiva. Tuttavia, qualche segnale positivo arriva da Paesi come l’Australia e il Regno Unito, dove sono stati introdotti codici di condotta e leggi specifiche per prevenire e sanzionare questi comportamenti. Iniziative collettive come ‘Sport and Rights Alliance’ e ‘Gymnasts for Change’ dimostrano il potenziale della solidarietà per spingere verso il cambiamento.
Come ci ricorda Margaret Atwood: “Se vogliamo costruire un mondo migliore, dobbiamo iniziare a cambiare la narrativa che giustifica la violenza e l’oppressione.”
Lo sport ha la responsabilità e il potenziale di essere uno strumento di empowerment, un terreno fertile per pratiche di inclusione e pari opportunità. Creare un ambiente sportivo sicuro e paritario non è solo una sfida, ma una necessità che riflette i valori di una società giusta. Ogni disciplina può e deve essere un veicolo per rafforzare la protezione delle persone, promuovendo il rispetto e la dignità di tutti.
Antonio Buglione
SportiviperVicenza Aps




